Centenario della nascita

Jorge...
sempre più Amado

Ricorre oggi il centenario della nascita dello scrittore brasiliano Jorge Amado(10 agosto 1912).

Jorge...
sempre più Amado

Anna Mallamo

L’avranno accolto gli Orixa. E, con loro, le sue donne: Gabriela, Teresa, Flor e tante altre. Tutti assieme, i personaggi a cui ha dato vita sono una folla straripante, variopinta, chiassosa e vitale come la sua Bahia, nel “Paese del Carnevale” che nasconde – come ogni Carnevale – una faccia tragica e spietata. La violenza della vita, in tutti i sensi, meravigliosi e terribili, vitali e fatali, è la vera protagonista dei romanzi incandescenti del brasiliano Jorge Amado, scomparso nell’agosto 2001, pochi giorni prima di compiere 89 anni, e di cui ricorre oggi il centenario della nascita (10 agosto 1912).
I libri di Amado, molti dei quali best seller planetari tradotti in 45 lingue e spesso approdati al grande schermo, sono ancora diffusi e amati dalla gente di tutto il mondo (in Italia gli sono stati dedicati anche due volumi dei Meridiani Mondadori, 3400 pagine che raccolgono i romanzi migliori).
Amava la sua terra, Amado, il suo Brasile disperato e sfruttato, e da quell’amore nacque la sua vena di scrittore prolifico e apparentemente inesauribile, grande comunicatore, di presenza leonina e assoluto carisma oratorio (ebbi il privilegio d’assistere, alla fine degli anni Novanta, a un appassionato incontro coi lettori alla Fiera di Messina, dominato dalla sua oratoria omerica e dalla sua carica vitale, ma assieme come ammansito dalla presenza vigile e serenatrice della moglie, l’amatissima Zelia Gattai, scrittrice anche lei d’origine friulana, forse archetipo vivente delle donne straordinarie raccontate dal marito). Un leone la cui penna era anche temuta dal regime: il suo impegno di socialista militante – fu anche deputato e direttore del quotidiano del Partito comunista di San Paolo – in prima linea contro lo sfruttamento dei poveri e in difesa dell’infanzia abbandonata, lo portò per ben due volte all’esilio, dal 1937 al 1945 e dopo il 1948.
I suoi primi romanzi, d’altronde – “Il paese del Carnevale” (1931), “Cacao” (1933), “Jubiabà” (1935), “Terre del finimondo” (1942) – sono nel segno della denuncia sociale e politica. Il suo linguaggio non ha ancora quella cifra di lussureggiante, sensuale realismo magico a cui approderà più tardi, alla fine degli anni Cinquanta, ma il suo sguardo è amplissimo sulla realtà del Brasile, sulla stratificazione delle culture e delle etnie, sulla commedia umana che – per le strade di Bahia o San Paolo – si tinge ogni giorno di tragedia e di danza, di violenza e di colore. «Le mie opere, nella maggioranza dei casi, sono opere violente, perché spesso la vita lo è. Violenta, priva di senso, spesso senza valore»: lo aveva detto lo stesso uomo che, creando nella sua stagione più felice di romanziere le figure di Gabriela (“Gabriela garofano e cannella”, 1958), di Flor (“Dona Flor e i suoi due mariti”, 1966), di Teresa (“Teresa Batista stanca di guerra”, 1972), aveva dato a quella violenza, a quell’assenza di significato, una risposta eguale e contraria.
Le sue storie, dalla trama narrativa fittissima e pullulante di personaggi, sono tutte al crocevia di mondi reali e fantastici: il mondo crudo del Brasile povero e degradato, il cosmo magico degli Orixa, le divinità del Candomblé che dall’alto partecipano alle vicende degli uomini e soprattutto delle donne. E poi il mondo speciale di Bahia, con le sue storie fitte e pullulanti che nessun romanziere potrebbe inventare, le sue religioni che non si escludono ma si includono tutte, in un “terreiro” comune dove i Santi si spartiscono con gli Orixa le preghiere degli uomini. Un mondo dove la magia serve a sopportare la realtà e forse a migliorarla, esattamente come la letteratura e l’amore: i tre ingredienti principali dei romanzi più belli di Amado.
 «La mia gente – raccontò ricevendo un premio in Italia, dove era molto amato fin dalla pubblicazione di “Gabriela”, alla fine degli anni Settanta, e dove partecipò anche ad alcune trasmissioni televisive – vive una realtà di povertà e oppressione per resistere alle quali ha concepito una realtà magica, che permette loro di costruire, anche in una situazione quasi disperata, giorni migliori».
 Il suo realismo magico non è, comunque, quello di García Marquez: è assieme, paradossalmente, più realistico e più magico, trascrizione fedele d’un modo di vivere e sentire popolare. Ed è, in fondo, la prosecuzione dell’impegno e della denuncia con altri mezzi. Le grandi donne, i pilastri attorno a cui Amado ha costruito i suoi romanzi e persino la sua vita, sono esempi di riscatto e resistenza umana, di capacità di lottare e sperare anche nel buio più fitto. Di reggere il mondo sulle spalle e pure di cambiarlo (che poi sarebbe il lavoro consueto delle donne), con sentimento e istinto e dedizione e coraggio. Le doti d’un combattente e d’un romanziere, che possono essere anche la stessa cosa, e che la stessa cosa sono stati nell’esemplare vicenda umana e poetica di Jorge Amado.
Il sentimento che prevale, leggendo oggi i suoi appassionati libri, è una sorta di fiducia speciale nella possibilità di costruire il futuro, di trovare altri modi per reagire alla vita e al suo carico di dolori, di inventare e immaginare e volere. Una specie di amore, sì. 

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