Cetraro

Il mercato del pesce
sottratto alle cosche

A Cetraro, dopo decenni, l’asta del pescato verrà affidata ai privati con un regolare bando pubblicato dall’amministrazione comunale. Il boss Franco Muto messo all’angolo. Don Ennio Stamile di “Libera”: «Un gesto di grande coraggio»

Il mercato del pesce  sottratto alle cosche

Il pescato non è più «cosa loro». Nel regno di Franco Muto, il boss passato agli annali della cronaca come “il re del pesce”, la musica è cambiata: il Comune (Cetraro) ha assunto la gestione diretta, momentaneamente, della vendita dei prodotti ittici che era stata, per decenni, appannaggio esclusivo del padrino (ora in carcere) e dei suoi accoliti. Di più: la giunta municipale, guidata da Angelo Aita, ha pronto il bando con il quale verrà assegnato ai privati il controllo dell’asta pubblica del pesce. Privati che dovranno avere le carte in regola con la Giustizia ed ai quali sarà sostanzialmente affidato un settore che rappresentava simbolicamente il potere mafioso di uno dei “casati” di ’ndrangheta più conosciuti e temuti della regione. Può ben comprendersi che non siamo di fronte a un fatto banalmente sottovalutabile, né al cospetto di una trovata “pubblicitaria” studiata da politici di provincia in cerca di una qualche forma di notorietà. Si tratta, al contrario, di un passaggio epocale, d’uno schiaffo dato in faccia alla mafia da amministratori pubblici culturalmente audaci. E lo sottolinea con forza don Ennio Stamile, coordinatore regionale di “Libera”: «È un gesto di grande coraggio, un segnale di forte cambiamento che non ha precedenti in Calabria. Siamo di fronte – aggiunge il sacerdote – ad una amministrazione pubblica che si assume delle responsabilità e compie scelte inequivocabili».

Cetraro è una città nella quale le cosche hanno colpito duramente, prendendo la popolazione in ostaggio. Hanno minacciato, sparato e ucciso per seminare il terrore e impedire il sorgere di focolai di “resistenza”. Nel 1980 è stato assassinato un consigliere comunale del Partito comunista, Giannino Losardo, divenuto una icona della lotta alla ’ndrangheta; nel medesimo periodo storico è caduto sotto i colpi dei killer mafiosi anche un commerciante, Lucio Ferrami, oggi emblema della ribellione al “pizzo” in Calabria ed al quale è stata intitolata un’associazione antiracket.

La ’ndrangheta, in quest’area, ha per decenni controllato il porto imponendovi la presenza fisica dei picciotti; ha costretto i pescatori a consegnare il pesce a prezzi stabiliti dai boss; ha indotto i titolari di ristoranti ed alberghi a rifornirsi di prodotti ittici solo da aziende riconducibili ai clan. Pure don Ennio Stamile, a lungo parroco nella cittadina, è stato oggetto di gravi intimidazioni, così come esponenti politici e appartenenti alla società civile. Le cose, però, nel tempo sono cambiate: il Comune di Cetraro sarà parte civile nel processo al clan Muto che comincerà domani. Non solo: ogni anno, in questa città, il Laboratorio “Giannino Losardo”, guidato da Gaetano Bencivinni, consegna un Premio – il “Cristo d’argento” – alle personalità italiane che si sono spese nella lotta contro la mafia. Pure questo non è un fatto da poco. La Calabria può cambiare, basta volerlo...

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