Paola

“Nella la bionda” la prima donna
condannata al carcere a vita

Mai nel Cosentino un esponente femminile dei clan aveva subito una pena tanto elevata. È stata ritenuta a capo del potente e temuto clan Serpa di Paola

“Nella la bionda” la prima donna  condannata al carcere a vita

La donna “capo” in una terra insanguinata. Una donna divenuta “boss” in un’area della Calabria condizionata dal terrore imposto dalle cosche protagoniste, a più riprese, di guerre di mafia che hanno fatto decine di vittime. Terrore e morte segnano la storia del Paolano sin dai lontani anni ‘70 quando lo scontro tra clan in corso a Cosenza si trasferisce pure lungo la costa. Eppure mai, prima della sentenza emessa l’altra sera dalla Corte di assise cosentina presieduta da Giovanni Garofano, la criminalità organizzata tirrenica era stata così pesantemente colpita giudiziariamente. I giudici, accogliendo quasi in titto le richieste del procuratore Eugenio Facciolla, hanno infatti inflitto 11 ergastoli. E, fatto senza precedenti, hanno condannato al carcere a vita una donna di ’ndrangheta, Nella Serpa, “reggente” della omonima consorteria e ispiratrice, a parere della pubblica accusa, di alcuni omicidi. Di delitti consumati per vendicare la morte del fratello, Pietro Serpa, trucidato a colpi di pistola nel parcheggio di un hotel posto sulla Statale 18. “Nella la bionda” così la chiamavano con timore e rispetto amici e nemici, è sottoposta da più di un anno al regime detentivo speciale del 41 bis. Se la sentenza di primo grado dovesse essere confermata nei successivi gradi di giudizio, rischia di rimanere dietro le sbarre per il resto della sua esistenza terrena.

«Il Tirreno cosentino in questi anni è stato gravemente condizionato dalle cosche presenti sul territorio. E nel paolano per troppo tempo le istituzioni sono state drammaticamente assenti»: così Eugenio Facciolla aveva iniziato la sua requisitoria nel maxiprocesso di “Tela del Ragno” che ha ricostruito ben sette omicidi di ’ndrangheta, compresi quelli addebitati alla Serpa. E sempre con riferimento alle Istituzioni, il magistrato aveva aggiunto: «Le assenze hanno condizionato l’intera collettività. Paura e omertà. Sul territorio vi era un condizionamento tale da rendere difficilissima ogni indagine. A Paola siamo di fronte a una guerra di mafia. E in questo quadro assumono rilevanza anche fatti apparentemente di poco conto che però tradiscono un contesto gravemente infiltrato». Nella cittadina tirrenica dove negli scorsi decenni s’era allargata la guerra tra le cosche Perna-Vitelli e Pino-Sena di Cosenza e, in tempi più recenti, lo scontro tra le cosche “confederate” del capoluogo bruzio contro il clan Bruni (alleato dei Serpa), boss e picciotti hanno potuto contare su complicità, connivenze e silenzi anche di buona parte della classe dirigente sempre restia a schierarsi contro la mafia. La svolta giudiziaria attuale – tentata una prima volta all’inizio degli anni ‘80 con l’istruzione di un processo contro la cosca ritenuta responsabile dell’assassinio del consigliere del Pci di Cetraro, Giannino Losardo, ma finita sotto una valanga di assoluzioni – è frutto della caparbietà del magistrato inquirente ma pure della collaborazione offerta dai pentiti. «Senza di loro questa indagine – ha ricordato Facciolla in aula – sarebbe stata impossibile. Molti di loro hanno dichiarato di essersi pentiti dopo aver fatto la scuola in carcere. Hanno capito che un’altra via è possibile».

Prima l’inchiesta ed ora la sentenza emessa dall’Assise bruzia, hanno consentito di appurare che sulla fascia tirrenica non c’erano solo i Serpa a farla da padroni. Il rappresentante della pubblica accusa ha infatti spiegato: «L’emersione delle seconde linee: Calvano, Tundis, Besaldo, e poi ancora Ditto e Scofano, ha creato nuovi equilibri, o meglio squilibri, come dimostrano omicidi e tentati omicidi».

A Paola e Fuscaldo è stata giocata una partita durissima dai clan con l’obiettivo di ottenere il controllo del territorio attraverso l’imposizione del “pizzo” e la gestione del mercato della droga. Agli “esattori” delle consorterie dovevano soggiacere non solo le imprese impegnate nella realizzazione di opere pubbliche e private, ma pure i venditori ambulanti.

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