Cassano

Omicidio Cocò, a giudizio
gli “amici” del nonno

Processo in ottobre a Cosimo Donato e Faustino Campilongo incriminati come presunti concorrenti nel barbaro delitto avvenuto a Cassano

Omicidio Cocò, a giudizio  gli “amici” del nonno

Pupille come scintille. Cocò Campolongo aveva gli occhi vispi e curiosi. Parlottava sempre con gli amici del nonno che s’avvicinavano a salutarlo e mostrava d’essere, in genere, affettuoso e socievole con gli estranei. Quando il killer gli ha puntato la pistola alla testa, il bimbo (aveva solo tre anni) credeva che volesse giocare. L’assassino, invece, non solo l’ha ucciso con una pallottola esplosa a bruciapelo ma, poi, insieme con il complice ne ha bruciato il cadaverino. Nessuno mai, prima di allora, aveva fatto scempio così di un bambino nella Sibaritide. È per questo che Jorge Bergoglio, vescovo di Roma e capo della chiesa cattolica, decise nel giugno successivo di scendere in Calabria per “scomunicare” gli uomini della ’ndrangheta. Con “Cocò” erano stati uccisi, quel giorno (il 16 gennaio 2014) il nonno, Giuseppe Iannicelli, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine dell’Alta Calabria, e la sua compagna marocchina, Ibtissam “Betty” Taoussa. Le indagini sul triplice omicidio e la distruzione delle salme delle vittime, sono state poi condotte per un anno, mantenendo un riserbo assoluto, dalla procura antimafia di Catanzaro (diretta da Nicola Gratteri). Il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e il pm Saverio Vertuccio hanno prima arrestato e successivamente ottenuto il rinvio a giudizio di Cosimo Donato e Faustino Campilongo indicati come diretti concorrenti nella esecuzione del feroce crimine. Il processo agli imputati, difesi dagli avvocati Ettore Zagarese, Mauro Cordasco e Vittorio Franco, comincerà davanti alla Corte di assise di Cosenza il 22 ottobre prossimo. Donato e Campilongo avrebbero agito insieme ad altre persone per il momento non ancora identificate. Le investigazioni condotte dai carabinieri del Ros e del Reparto operativo provinciale si basano su una una serie di dati ritenuti dal gup distrettuale, Carlo Saverio Ferraro, più che sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. Ma qual è la ricostruzione degli accadimenti fatta dalla Dda di Catanzaro? Giuseppe Iannicelli, cui i due odierni incriminati erano legati da un rapporto di sudditanza delinquenziale, era diventato troppo pretenzioso, aveva avuto dissapori con gli “zingari” di Cassano e, nel 2013, era addirittura apparso pronto a collaborare con la magistratura. Levarlo di mezzo appariva ai “ras” della criminalità organizzata locale ormai necessario. L’uomo era considerato una sorta di mina vagante. Un pericolo per tutti. L’unico problema era che se ne andava in giro in compagnia di una donna e di un bambino. Per proteggersi. Occorreva, pertanto, stanarlo. A Donato e Campilongo sarebbe toccato perciò il compito di tendere una trappola. Così, quella sera di gennaio hanno “agganciato” l’auto su cui si spostava il loro “capo” e l’hanno invitato a raggiungere una zona periferica di Cassano per «parlare» presumibilmente di «un affare». Cosa sia accaduto e chi abbia sparato non è stato accertato. Il dato inconfutabile è che “Peppino” Iannicelli è stato ammazzato con tre colpi di pistola alla testa, la compagna e il nipotino con uno ciascuno alla tempia. “Cocò” era accovacciato sul sedile posteriore e quando ha sentito sparare s’è coperto istintivamente il volto con le braccia. Il gesto, tuttavia, non ha intenerito l’empio sicario che l’ha ammazzato con glaciale crudeltà.

La vettura – una Fiat Punto – è stata poi data alle fiamme proprio da Donato e Campilongo. È stato il figlio di Iannicelli a incontrarli alcune ore dopo, mentre cercava il padre, notando che puzzavano di fumo e benzina. Ai due concorrenti nel triplice delitto la Dda di Catanzaro è arrivata anche grazie alle fondamentali le dichiarazioni rese da una donna con cui Donato aveva una relazione ed alla quale, cedendo all’ostentazione, ha rivelato d’aver partecipato alla barbara esecuzione. La testimone, peraltro, è stata successivamente minacciata pesantemente. Gli accertamenti hanno poi consentito di verificare la presenza – attraverso l’esame delle celle agganciate dai telefoni cellulari degli indagati – di Donato e Campilongo nella zona del crimine. I telefonini sono rimasti inattivi tra le 17,15 e le 18,45, spazio cronologico in cui è avvenuta la folle “mattanza”. Punto di domanda: chi ha ordinato il triplice omicidio?

Commenti all'articolo

  • tomtom63

    03 Agosto 2016 - 09:09

    Da padre di Famiglia mi aspetterei che i colpevoli di tanta efferatezza, prendano almeno l'ERGASTOLO

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