Rende

Delitto Capalbo:
assolti gli imputati

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla procura generale contro l’assoluzione di Salvatore Salamò e Sandro Daniele accusati di aver assassinato, a Rende, il ristoratore di Cerisano Tullio Capalbo

Delitto Capalbo:  assolti gli imputati

Diciassette anni dopo, la Cassazione chiude definitivamente ogni varco all’inchiesta sul delitto di Tullio Capalbo, un ristoratore di Cerisano. Un omicidio che rimane, dunque, senza colpevoli. La ricerca della verità dovrà, inevitabilmente, ripartire da quella sera tiepida del 26 settembre del 1999 con l’esplorazione di nuovi eventuali scenari. Avallando la decisione della Corte d’assise d’appello di Catanzaro, gli ermellini hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso proposto dalla Procura generale contro l’assoluzione di due professionisti, l’ex bancario Sandro Daniele, di Rende, e il commercialista Salvatore Salamò, di Cosenza, che per gl’inquirenti, invece, avrebbero rappresentato gli ipotetici responsabili dell’omicidio. I due imputati escono, così, definitivamente dal processo. Non c’entrano con quel crimine, così come avevano sempre dichiarato in tutti questi anni e così come l’agguerrito collegio difensivo (formato dagli avvocati: Marcello Manna, Franz Caruso, Giorgia Greco e Franco Sammarco) aveva ripetutamente dimostrato in questo lungo e tortuoso percorso giudiziario.

La trama dell’omicidio tra amici è diventata un vicolo cieco. Le indagini dovranno ricominciare da quella sera di inizio autunno di 17 anni fa e da quella telefonata ai carabinieri che segnalava la presenza d’una Mercedes di colore grigio-argento in un parcheggio di Quattromiglia. Nel bagagliaio della berlina, gl’investigatori scoprirono il cadavere del ristoratore di Cerisano, Tullio Capalbo, freddato a 36 anni con una pistola calibro 6,35. Lo scenario investigativo venne impalcato sull’architrave degli interessi. E sullo sfondo fu, pure, ipotizzata la pista della ’ndrangheta. L’inchiesta virò sui due professionisti e il movente fu ancorato a un arcipelago di debiti, che, secondo gli inquirenti della Dda di Catanzaro, Daniele e Salamò avrebbero contratto con la vittima. Capalbo aveva rivelato ai suoi familiari che, nel caso in cui gli fosse accaduto qualcosa, la responsabilità sarebbe stata di Daniele, Salamò e di D’Ippolito (un professionista che ucciso a Commenda nel cortile di un palazzo, qualche mese dopo il rinvenimento del cadavere di Capalbo). Il giorno in cui venne assassinato, il ristoratore avrebbe avuto un appuntamento proprio con «D’Ippolito e i suoi amici» per recuperare 400 milioni di lire.

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