Lamezia

La “pax mafiosa” solo un miraggio

Contraddizioni tra dichiarazioni dei pentiti al processo d’appello “Andromeda”. I Giampà sostengono la “non belligeranza”, ma gli Iannazzo non lo sapevano

La “pax mafiosa” solo un miraggio

Centinaia di pagine di atti giudiziari in cui è scritto che tra Giampà e Iannazzo c’era da anni la “pax mafiosa”. Tant’è che dopo il 2003 non ci sono stati delitti incrociati fra i due clan che, secondo il giovane boss Giuseppe Giampà s’erano spartiti il controllo della città: alla cosca di Via del Progresso era rimasto il quartiere Nicastro, la parte orientale della città, e quella occidentale del quartiere Sambiase era toccata agli Iannazzo. I clan satellite tutti d’accordo. “A ciascuno il suo”, come scriveva Leonardo Sciascia che sulla mafia ha scritto pagine memorabili.

Questo era l’assetto tra le ‘ndrine della città almeno fino al 2015. Quello conosciuto che avevano raccontato agli inquirenti molti pentiti dei Giampà, a cominciare dal boss, figlio del capo storico Francesco “il Professore”, e dal suo braccio destro Angelo Torcasio.

Ma in quell’anno, solo due settimane prima delle elezioni comunali, finirono in galera 45 presunti affiliati del clan Iannazzo. Con il boss, anche lui presunto, Vincenzino Iannazzo e sei suoi parenti con lo stesso cognome.

Si tratta dell’operazione “Andromeda”. Anche in questo caso sono venuti fuori collaboratori di giustizia. Uno di questi, Gennaro Pulice, killer reo confesso, ha detto agli inquirenti che soltanto in quel momento aveva appreso del patto di non belligeranza tra Giampà e Iannazzo.

Questo è il punto su cui si stanno concentrando le arringhe difensive degli avvocati nel processo d’appello “Andromeda” in corso a Catanzaro. C’è un contraddizione netta tra quello che ammettono Giampà e i suoi affiliati pentiti, con quanto asserisce Pulice, killer al servizio dei Cannizzaro alleati stretti con gli Iannazzo.

Addirittura Pulice agli inquirenti ha raccontato che gli Iazzanno avevano iscritto Vincenzo Bonaddio nella lista dei condannati a morte. Il bersaglio non è altro che lo zio di Giuseppe Giampà, che per qualche anno è stato reggente della cosca di Via del Progresso. In sostanza, Bonaddio ha sposato una sorella del “Professore”. E la famiglia conta tantissimo soprattutto in ambito mafioso.

Ieri davanti alla Corte d’assise d’appello gli avvocato Lucio Canzoniere e Salvatore Cerra hanno messo in evidenza proprio questo aspetto contrastante tra i penti di diversi clan. Le arringhe difensive continueranno per altre udienze fino al 28 giugno data probabile della sentenza di secondo grado.(v.l.)

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