Vibo

Invoca giustizia per il figlio e si ritrova indagato

Al centro della vicenda il pensionato Antonio Colloca padre dell’infermiere ucciso e bruciato sette anni fa in una località tra Sant’Onofrio e Pizzo. «Mi devo difendere perché a 77 anni ho l’ardire, il coraggio e la forza di pretendere la verità per Nicola»

Invoca giustizia per il figlio e si ritrova indagato

Da anni invoca giustizia, pretende verità per il figlio – colpito, forse ucciso e poi dato alle fiamme nella sua autovettura – e invece si ritrova “intrappolato” negli ingranaggi della giustizia, indagato (insieme a un’altra persona) per diffamazione e per rivelazione di atti d’ufficio.

Una singolare vicenda quella che vede protagonista Antonio Colloca, 77 anni di Vena Superiore, frazione di Vibo Valentia, padre di Nicola Colloca, infermiere del Suem 118 di 49 anni, trovato carbonizzato nel settembre di sette anni fa in località “Gutumara”, zona a cavallo tra i territori di Sant’Onofrio e Pizzo. Un caso inizialmente trattato come suicidio che però a distanza di anni si è rivelato un vero e proprio omicidio. Una morte brutale, «assurda» per il pensionato che in tutti questi anni non si è mai rassegnato e continua a chiedere «verità e giustizia» per il figlio.

Comunque sia il gip di Vibo Valentia, non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm e dall’avv. Francesca Colloca, disponendo ulteriori indagini da parte del pubblico ministero affinché individui da chi e da dove Antonio Colloca abbia assunto informazioni e notizie inerenti il caso del figlio e per il gip coperti da segreto investigativo e divieto di pubblicazione.

«Informazioni contenute nel fascicolo a cui abbiamo avuto accesso con istanza depositata – ricorda Colloca – senza considerare i nostri consulenti e il fatto che sia i sopralluoghi del Ris che altre attività sono stati sempre svolti in nostra presenza, ecco come ne sono venuto a conoscenza, perché le attività investigative sono state pubbliche». Sta di fatto che oggi l’anziano si ritrova a doversi “difendere” quando invece a oltre sette anni dall’omicidio del figlio pensava che qualcosa si muovesse, che qualcosa seguisse a quella svolta nelle indagini a cui la Procura sembrava essere giunta nel luglio dello scorso anno. «Avevamo capito che il cerchio sulla morte di Nicola fosse stato chiuso, che il caso fosse stato risolto – rimarca Antonio Colloca – ma niente di tutto questo, perché è seguito l’immobilismo totale mentre i responsabili della morte di mio figlio, i suoi carnefici, sono liberi, liberi di fare ciò che vogliono. La legge prevede che un assassino debba stare in carcere e non si può pensare che per alcuni valga e per altri no». E il pensionato è deciso a non fermarsi davanti a niente e a nessuno, nonostante i «muri di gomma e di indifferenza» contro cui dice di essere andato a sbattere. «Mi devo difendere paradossalmente in un procedimento penale – sottolinea – perché a 77 anni ho l’ardire, il coraggio e ancora la forza di chiedere e pretendere la verità su mio figlio. Questo cosa significa? Che devo stare zitto, che devo far cadere nel dimenticatoio la morte di mio figlio? Che mi devo rassegnare di fronte alla morte disumana ed efferata di un figlio perché altrimenti potrei essere indagato io, potrebbero chiedermi di come io sia a conoscenza di fatti saputi e risaputi da tutti da ben sette anni? È assurdo e abnorme. E io mi ribello, non posso e non voglio rassegnarmi – ribadisce Colloca – . Il mio grido di dolore non deve rimanere inascoltato, così come la certezza della pena deve essere reale. Per cui invito tutte le famiglie che in Calabria hanno perso figli, mariti e genitori e che aspettano giustizia da tanto, troppo tempo a pretendere e invocare insieme a me «giustizia e verità». Non dobbiamo avere paura perché la mano dell’uomo uccide la persona, ma l’ingiustizia uccide i suoi familiari».

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