Lamezia

Pulice: il mio primo
omicidio a 15 anni

Il pentito del clan Cannizzaro racconta di omicidi e della sua incredibile scalata nel mondo degli affari. Vendicò il presunto assassino del padre con due colpi di lupara sparati in faccia a freddo

Pulice: il mio primo  omicidio a 15 anni

«Sei il più piccolo, tu ammazzalo così anche se dovesse andare male rischi pochissimo». Nonno Gennaro lo dice al nipote che porta il suo stesso nome. Avevano ucciso suo padre in un agguato in Via Colelli, in pieno giorno. A tradirlo, secondo i Pulice, era stato il suo amico Salvatore Belfiore che l’aveva fatto scendere da Milano per un assegno.

Gennaro Pulice junior, appena 15 anni, non si tira indietro. Adesso che è pentito racconta. Gli danno un fucile a canne mozze e aspetta l’anniversario della morte del papà, il 23 maggio. Aveva pedinato la sua vittima, che quasi ogni sera andava a un circolo di bocce nella zona ospedaliera. Quella sera Belfiore s’infila in macchina per tornare a casa e quando arriva sul cortile e sta per entrare viene freddato con due pallettoni in faccia. Ad accompagnare Gennaro ragazzino un suo compagno di scuola, Bruno Gagliardi, una carriera mafiosa con il clan Iannazzo, e arrestato l’anno scorso nell’operazione “Andromeda”.

L’omicidio Belfiore è il primo d’una lunga serie. Pulice un anno dopo ammazza Gennaro Curcio in un negozio d’autoricambi a Nocera. Era entrato per uccidere Carmelo Bagalà, ma non lo trova, Il suo guardaspalle era armato, e Pulice non ha scelta, e spara. Era il 1996.

Due omicidi che contano nel suo curriculum. Tanto da farlo entrare nel clan Canizzaro-Daponte a Capizzaglie, contrapposto ai Torcasio ma alleato con gli Iannazzo. In questo suo ruolo da killer il giovane Pulice ammazza Antonello Dattilo poco prima di compiere 18 anni, e nel dicembre ‘96 fa sparire Gennaro Ventura: l’ammazza, butta il corpo in una vasca sotterranea di un vecchio casolare a Carrà. ed i resti vengono trovati dopo vent’anni.

Partecipa anche all’organizzazione dell’omicidio di Antonio Torcasio, ammazzato davanti al cancello esterno del commissariato di polizia, dov’era andato a firmare essendo sorvegliato speciale. C’era una talpa alla polizia che raccontava anche gli spostamenti di Torcasio. Ma a tenerlo d’occhio con un binocolo era proprio Pulice. Che capisce come Antonio Torcasio arrivava in Via Perugini senza essere visto.

L’uomo che sapeva bene d’essere sotto tiro, per allontanarsi da casa sua a Capizzaglie si nascondeva nel bagagliaio della Peugeot guidata da sua sorella. Che lo portava da un altro fratello, residente vicino all’ospedale, non lontano dal commissariato. Qui Antonio Torcasio aveva una Vespa e col casco arrivava in un attimo alla polizia, firmava, e poi tornava dal fratello. Ma quel giorno di maggio il suo escamotage non funzionò. Era stato scoperto proprio da Pulice che l’aveva detto ai Cannizzaro. Che lo eliminarono immediatamente.

Quell’omicidio aveva decretato di fatto la fine dei Torcasio che un tempo dominavano a Capizzaglie. Racconta il pentito: «Prima che morisse ammazzato Giovanni Torcasio loro avevano un contesto di persone enorme, dopo l’omicidio il loro seguito si dimezzò; quando è stato ucciso Nino ne è rimasto un quarto; quando hanno ucciso Antonio al commissariato non è rimasto nessuno».

La scalata di Pulice nella ‘ndrangheta lametina è continuata una ventina d’anni. Con Gagliardi volevano conquistare la leadership di Capizzaglie. Confessa al pubblico ministero Elio Romano: «Nel 2010 avevo un unico obiettivo: eliminare Giuseppe Giampà. Era una questione personale». Un anno dopo, nel luglio 2011, riesce ad avere un incontro col giovane boss Giampà, figlio del “Professore”. È proprio Giampà che col suo amico Franco Trovato, l’autocarrozziere condannato per associazione mafiosa, vanno a casa di Pulice con bottiglia di grappa e bicchieri. Il boss cerca la pace. Gli dice: «Quello che è successo è successo, non dobbiamo farci la guerra». L’anno dopo Pulice con un bel gruzzolo di denaro sporco (dice: «so fare soldi facilmente») cambia aria. Lascia la città e va prima a Serravalle Scrivia, in Piemonte, poi a Lugano. Comincia la sua carriera nel mondo dell’impresa. Si fa avanti in poco tempo. Nel 2014 riceve una soffiata: cogliono arrestarlo. Ma già nel 2010, quand’era rinchiuso nel carcere di Catania, aveva dato segnali di pentimento. È il momento buono per collabora con la giustizia. E parla come un fiume.

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