Lamezia

Incassano rimborsi
e fanno scena muta

Imprenditori vittime del pizzo reticenti al processo “Perseo” contro i Giampà. L’Antiracket: forte il sospetto che alcuni di loro abbiano avuto vecchi rapporti di vicinanza col clan

Incassano rimborsie fanno scena muta

Vittime di tanti tipi. Al processo “Perseo” sulla cosca Giampà ne sono sfilate alcune che hanno ammesso d’avere pagato il pizzo, tanto che hanno chiesto alla prefettura il risarcimento al fondo di solidarietà per le vittime di mafia, ma poi nel processo in aula hanno di colpo dimenticato tutto. C’è chi non ricorda, chi dice che è passato troppo tempo ma giura di non aver mai visto il suo estorsore, e chi invece dichiara di aver soltanto prestato dei soldi al mafioso di turno mandato da Giampà, senza mai avere avuto la restituzione. Il ragionamento della vittima è più o meno questo: ho pagato il pizzo, lo Stato mi rimborsa qualcosa, ma niente accuse, con loro voglio chiudere la partita definitivamente. Un comportamento che certamente non crea un deterrente per chi ha deciso di fare il mestiere dell’estorsore. Tutte queste persone strette scomodamente tra due fuochi, quello della ‘ndrangheta e l’altro della legalità, sono venute fuori nel processo “Perseo” che dura da un anno e mezzo e si trova alle ultime battute. Dopo le accuse del presidente del Tribunale Carlo Fontanazza lanciate ai testimoni per i loro continui “non ricordo”, le paure e le ritrattazioni, l’associazione Antiracket parte civile nel dibattimento affonda il dita nella piaga. «Non in tutti i casi si può parlare di condizionamenti o pressioni, del resto ampiamente prevedibili», scrive l’Ala, «ma almeno davanti ad alcune “testimonianze” è più forte il sospetto che si tratti di vecchi rapporti di vicinanza». Si tratta insomma di collusione con una cosca che è stata praticamente azzerata a botte di manette e condanne. Aggiunge l’Antiracket: «È stucchevole, addirittura paradossale continuare a giustificare questi comportamenti con il timore, la paura, la potenza delle cosche alla sbarra. La realtà è che è molto alta la percentuale di attività economiche in città i cui interessi s’intrecciano con quelli delle cosche di ‘ndrangheta, traendone benefici di diverso genere». Conseguenza di questi affari intrecciati e sporchi?

Risponde l’Ala: «Naturalmente a pagarne economicamente gli effetti sono imprenditori, commercianti e professionisti che a queste “regole” non vogliono sottomettersi». Osservano gli imprenditori che si sono schierati contro il pizzo: «Questa è la parte sana che deve segnare un cambio di rotta deciso dando prova realmente di voler cambiare registro. Finora solo pochi l’hanno dimostrato. Dev’essere chiaro che lo smarcamento da queste logiche che finora hanno guidato e condizionato gli imprenditori lametini è un’operazione che non può prescindere dalla loro volontà e convinzione. Non si può continuare a mantenere atteggiamenti ambigui, la presa di posizione dev’essere chiara e decisa». Ricordando che «le storie di chi l’ha fatto sono ormai patrimonio di tutti e dimostrano come siano solo patetiche scuse quelle di chi continua a subire».

Da qui il plauso dell’Associazione antiracket lametina alle parole del presidente del Tribunale Fontanazza nell’ordinanza dell’udienza di mercoledì scorso in cui ha messo in evidenza quanti testimoni in aula non abbiano detto la verità, o comunque tutto quello di cui sono a conoscenza. A parlare, nella madre di tutte le inchieste di mafia lametine, l’operazione “Progresso” nel 2007, era stato Rocco Mangiardi che in aula indicò col dito i suoi estorsori, tra cui il reggente di turno della cosca Pasquale Giampà detto “Millelire”. Da allora Mangiardi, commerciante della città, vive sotto scorta. Ma quanti dei suoi colleghi imprenditori sono disponibili a prenderlo come modello da seguire?


Vinicio Leonetti

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