Ragusa

Riti voo-doo per costringere le donne a prostituirsi

La Procura distrettuale antimafia di Catania ha smantellato la branca italiana un'organizzazione che trasferiva giovani donne dall'Africa. Le indagini della squadra mobile di Ragusa iniziate con uno sbarco nel porto di Pozzallo

Riti voo-doo per costringere le donne a prostituirsi

Ragusa - Tutto è cominciato con uno sbarco nel porto di Pozzallo. Gli agenti della squadra mobile della Questura di Ragusa hanno notato una giovanissima migrante nigeriana che non sembrava avere alcun collegamento con il resto dei profughi. Con l'ausilio di un'interprete, i poliziotti hanno messo a suo agio la giovane, che, dopo un po', ha iniziato a raccontare la sua storia, portando alla luce una triste vicenda di prostituzione gestita da un'organizzazione criminale internazionale con ramificazioni in tutta Italia. La donna ha raccontato di essere stata contattata in Nigeria da alcuni connazionali che le offrivano un futuro migliore, fatto di studi e lavori come baby sitter o badante. Considerata la sua gravissima situazione finanziaria, così come quella della sua famiglia, la giovane accettava di raggiungere l’Italia; per di più le avevano detto che non avrebbe dovuto pagare nulla, salvo poi rimborsare la somma versata per lei: 400 euro.

Al fine di “proteggerla” dagli spiriti del male (questa l’iniziale motivazione), gli organizzatori la sottoponevano al rito voo-doo, tagliandole una ciocca di capelli, i peli del pube e le unghie, scattandole una foto, ovvero il giuramento cosiddetto “JU-JU” (da qui il nome dell’operazione), che è un antico rituale africano di cui poco si sa. Dovrebbe trattarsi di una tradizione dell'Africa occidentale che ricomprende una serie di rituali ed entità sovrannaturali, partendo da aure, spiriti e fantasmi per arrivare alla credenza che gli oggetti possano avere proprietà magiche. I credenti affermano che lo juju può essere usato per “buoni” propositi come curare i malanni, ma lo juju “cattivo” può anche essere usato per infliggere una serie di disgrazie, come la pazzia, malattie o la morte. Queste sono informazioni raccolte dagli investigatori durante le indagini, grazie soprattutto agli interpreti proveniente dalle stesse zone delle ragazze vittime di tratta.

La ragazza ascoltata per prima dalla Polizia, una volta rassicurata, appuntava un numero di telefono di una delle criminali, consegnandolo agli ispettori. «Questo numero l’ho dovuto imparare a memoria; mi avevano detto che una volta giunta in Italia avrei dovuto contattare questa donna e che lei mi avrebbe aiutato prelevandomi nella città di sbarco». La donna ovviamente non ha più fatto quella telefonata, evitando così di essere avviata alla prostituzione; per contro è ormai salva e lavora nel Ragusano.

Raccolti gli elementi iniziali, sono iniziate le indagini, lunghe e laboriose, coordinate dalla Procura antimafia di Catania. Ieri l'epilogo con il blitz, condotto in tutta Italia. Il primo passo delle indagini è stato quello di intercettare l’utenza telefonica fornita dalla vittima sbarcata a Pozzallo. Poco dopo gli uomini della Squadra Mobile di Ragusa e del Servizio Centrale Operativo, che coordina tutti gli uffici investigativi della Polizia di Stato, avevano un quadro molto chiaro di quanto realizzassero i sodali dell’organizzazione. Risultavano “specializzati” in distinti ruoli: chi in Nigeria procacciava le ragazze, promettendo facili guadagni, lavori leciti ed un futuro certo, sottoponendo però le vittime ai riti voodoo; chi in Libia fungeva da “connection man” per il trasferimento in Italia; chi prelevava le ragazze vicino ai luoghi di sbarco e chi poi le obbligava a stare su strada per prostituirsi.
In particolar modo capita spesso che le vittime diventino esse stesse carnefici poiché, per sottrarsi agli obblighi di versare denaro, divengono anch’esse delle “maman”, in modo da estinguere il debito senza più prostituirsi.

Le indagini sono durate pochi mesi ed hanno permesso di individuare un network criminale operante in Italia a Torino e Brescia, città dove si è proceduto alle catture. I punti in comune che hanno legato in questa indagine quanti impegnati nelle varie città erano proprio i soggetti operanti in territorio straniero. Chi “vende” le ragazze opera in Nigeria e Libia; in posizione diversa chi ha base in Italia o in nord Europa che prima “ordina” le vittime, spesso minori, per poi obbligarle alla prostituzione, pena disavventure prodotte dai riti voodoo. Le migliaia di intercettazioni hanno, quindi, permesso di individuare i soggetti presenti in Italia, raccogliendo per tutti gravissimi indizi.

All'alba di ieri è scattata l'operazione "ju-ju", disposta dalla Procura antimafia di Catania, che ha ordinato quattro fermi di indiziato di delitto per impedire la reiterazione del reato ed evitare la fuga degli indagati. L’operazione molto complessa, perché articolata su territori diversi, è stata portata a termine dopo un attento lavoro di localizzazione delle persone da catturare. Durante l’esecuzione a Torino, è stato possibile sottrarre alla rete criminale una ragazzina che si trovava in casa di una delle arrestate che da poco era stata attirata nella rete criminale. La stessa, rintracciata in una casa, ha ringraziato i poliziotti per averla sottratta ai suoi aguzzini.

Adesso toccherà ai gip di Torino e Brescia procedere alla convalida dei fermi, tramutandoli in arresto. Gli atti saranno poi trasmessi alla Procura antimafia di Catania, che procederà nelle ulteriori indagini.

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