Ragusa

Serve più lavoro, appello del vescovo Cuttitta

Il presule ha chiesto maggiore impegno e non solo promesse. «Non si può rimanere inerti quando si perde il lavoro ed emergono grosse difficoltà di carattere familiare e sociale»

Serve più lavoro, appello del vescovo Cuttitta

Ragusa - Serve più lavoro. Solo così si dà dignità alle persone. L’appello parte dal vescovo della Diocesi di Ragusa, mons. Carmelo Cuttitta, ed è stato lanciato nel corso della festa di San Giuseppe Lavoratore, celebrata l’1 maggio nella parrocchia di San Giuseppe Artigiano.

Nel corso dell’omelia, mons Cuttitta ha invocato «delle politiche reali in campo occupazionale e non politiche fittizie, fatte solo di parole architettate ad arte». Ed ha ricordato che «c’è una grande necessità di lavoro. C’è una grande necessità di costruire il lavoro, di crearlo, per il bene di tutti noi».

Dopo aver ricordato la figura di San Giuseppe Artigiano, il vescovo di Ragusa ha aggiunto: «Noi vorremmo che ci possa essere una prospettiva di lavoro per tutti. Oggi viviamo grandi situazioni di disagio per quanto riguarda la mancanza del lavoro. Forse non sempre si riesce, come si faceva un tempo, a inventarsene uno. E non si può rimanere inerti quando si perde il lavoro ed emergono grosse difficoltà di carattere familiare e sociale». Il riferimento del presule non è generico, ma calato nella realtà della diocesi iblea: «In questa fase, proprio nel territorio della nostra diocesi di Ragusa, soprattutto a Vittoria, si sta determinando una grande disfunzione che riguarda tanti lavoratori, tanti imprenditori che si trovano a vivere momenti di enorme disagio e che non sanno come andare avanti».

Da qui l’appello alle istituzioni e alla politica a fare di più e con maggiore concretezza per garantire occasioni di lavoro. Il pensiero di mons. Cutitta si collega con le proteste che, ogni giorno, si susseguono nel Vittoriese. È il mondo dell’agricoltura a scendere in piazza perché i prodotti sono sempre più sottopagati e l’importazione sempre più massiccia dai paesi del Maghreb restringe ancora di più il già difficile mercato delle produzioni iblee, un tempo simbolo di qualità superiore.

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