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“U curtu” e i legami con i clan calabresi

“U Zi Totò”. Così i compari della ’ndrangheta chiamavano il capo dei capi di Cosa Nostra.

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“U Zi Totò”. Così i compari della ’ndrangheta chiamavano il capo dei capi di Cosa Nostra. In Calabria Totò Riina aveva da sempre buoni amici. Dai tempi di Mico Tripodo, boss di Sambatello, capobastone riverito e rispettato in tutta la regione. Tripodo e il corleonese erano compari d’anello: un legame forte che li unì fino al 1976, quando il patriarca reggino venne assassinato a coltellate nell’infermeria del carcere di Poggioreale. Lo uccisero due sicari di Raffaele Cutolo. Al “professore” di Ottaviano aveva chiesto il “favore” Paolo De Stefano, padrino emergente di Reggio Calabria, che voleva sbarazzarsi dell’ingombrante rivale. La morte di “don Mico” non fece però perdere al feroce siciliano il gusto di mantenere rapporti con i “cugini” mafiosi d’Oltrestretto. Morto un Papa se ne fa un altro: Totò “u curtu” prese così a frequentare la Locride, terra di sequestratori e narcotrafficanti. Travestito da prete incontrava gente di Africo e di San Luca e, qualche volta, persino don Giovanni Stilo, il sacerdote africese arrestato, condannato e infine assolto dall’accusa di associazione mafiosa. Nella scuola che il prete gestiva nella cittadina ionica, aveva ottenuto il diploma magistrale Agostino Coppola, il sacerdote che in gran segreto aveva celebrato il matrimonio tra Riina e la moglie, Ninetta Bagarella. E sempre ad Africo, come rivelano gli atti della prima Commissione parlamentare antimafia, trovò rifugio durante la latitanza persino Luciano Liggio. “Lucianeddu”, insieme a Riina e Bernardo Provenzano, aveva fatto fuori il vecchio capobastone di Corleone, Michele Navarra, per impossessarsi dello scettro del comando. A Totò “u curtu” la Calabria piaceva così tanto che nel 1990 aveva deciso di trascorrevi un periodo di vacanza. Filippo Graviano, suo fedele luogotenente e padrone del quartiere palermitano di Brancaccio, pensava di trovargli un comodo rifugio in Sila. I rischi erano minimi e gli “amici” che offrivano ospitalità determinati e affidabili. I cosentini Dario e Nicola Notargiacomo, Stefano e Giuseppe Bartolomeo avevano ammazzato nel marzo del 1985 il direttore del carcere di Cosenza. E per i corleonesi uccidere un rappresentante istituzionale era come guadagnare delle “stellette”. Racconta Dario Notargiacomo, oggi pentito: «Giuseppe Graviano ci chiese la disponibilità di un alloggio in Sila da destinare alla latitanza di Totò Riina». I Notargiacomo, pertanto, fecero sopralluoghi, valutarono varie offerte e individuarono una villetta comoda e isolata in cui farlo stare. Il capo dei corleonesi, però, quando tutto era pronto, scelse di non lasciare la Sicilia. Nell’area settentrionale della Calabria, tuttavia, continuarono a venire spesso Pino Marchese, cognato di Leoluca Bagarella, e Giovanni Drago, sterminatore della famiglia di Francesco Marino Mannoia. Dopo l’arresto, avvenuto nel 1993 a Palermo, “U zi Totò” in Calabria c’è tornato nella veste di imputato. La Dda di Reggio, infatti, lo incriminò nella veste di mandante dell’omicidio del sostituto procuratore generale della Cassazione, Nino Scopelliti, avvenuto nell’agosto 1991 a Campo Calabro. La magistratura inquirente ipotizzò che i corleonesi avessero chiesto alla ’ndrangheta di assassinare il togato per lanciare un “avvertimento” agli “amici romani” in vista della celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema Corte. Scopelliti avrebbe infatti dovuto sostenere, in ultima istanza di giudizio, le ragioni dell’accusa. La tesi non trovò conforto processuale e il “capo dei capi” venne assolto. E, sempre in quegli anni, Riina chiese alle cosche calabre di partecipare alla stagione delle stragi. Vi fu un conclave in un villaggio turistico di Nicotera ma i boss della ’ndrangheta non accolsero l’invito. Almeno non ufficialmente...

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