Patti tra cosche per scambiarsi feroci sicari

Il caso dei due killer vibonesi entrati in azione a reggio calabria conferma l’abitudine dei boss di richiedere “favori” mortali ad altri clan. I padrini uccisi a Cirò, Cassano allo Jonio e Scalea e il barbaro assassinio d’un medico di Bianco

Patti tra cosche per scambiarsi feroci sicari

Lo scambio di killer. Una consuetudine che le cosche calabresi praticano da quarant’anni. Riemersa prepotentemente grazie all’inchiesta che a Reggio ha fatto luce sull’omicidio di Giuseppe Canale avvenuto in riva allo Stretto il 12 agosto del 2011. A far fuoco sulla vittima due sicari dati in prestito ai reggini dai clan del Vibonese: si tratta di Cristian Loielo e Nicola Figliuzzi, al momento del fatto poco più che ventenni. Tanti picciotti, prima di loro, hanno sparato in giro per l’Italia nell’ambito di scambi di “favori” decisi dai padrini di consorterie operanti in aree diverse della regione. Approfondiamo.

Gli esecutori reggini.

Per regolare i conti nella zona del Cirotano spesso, in passato, furono chiamati ad agire sicari di Reggio Calabria. Utilizzare degli assassini provenienti da altre zone della Calabria serviva per poter avvicinare e colpire la vittima designata con maggiore facilità. Fu così nel caso di Giovanni Santoro, ammazzato a Cirò il 30 agosto del 1977 e di Giuseppe Chiarelli, assassinato nella medesima città il 10 marzo del 1991. I maggiorenti mafiosi del Cirotano avevano un patto di mutua assistenza con la cosca De Stefano-Tegano che prevedeva lo scambio di killer. E furono, infatti, due “azionisti” della cittadina ionica crotonese a far fuori sul corso di Reggio Calabria, all’interno di un negozio di calzature, il 21 gennaio del 1980, Salvatore Valle.

I killer dell’avvocato.

Silvio Sesti, penalista cosentino, venne ammazzato nel suo studio, sulla centralissima via Alimena, nella città dei bruzi, il 21 giugno del 1982. Come esecutori vennero a più riprese indicati dei killer napoletani appartenenti alla “batteria” della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo mai però finiti a giudizio. I sicari campani agivano per conto della cosca calabrese di Franco Pino che ricambiava i “favori” mandando i suoi migliori “azionisti” a sparare nel Napoletano.

L’omicidio in Liguria.

Franco Pino metteva i suoi uomini anche a disposizione dei compari della Piana di Gioia Tauro tanto che il superboss, da tempo pentito, ha svelato che l’omicidio di Rocco Tripodi, originario di Gioia e appartenente ad una famiglia rivale dei Piromalli, avvenuto il 25 giugno del 1981 a San Remo, fu compiuto in “trasferta” dai suoi “ragazzi” per fare una “cortesia” agli “amici” del reggino.

I morti di Scalea.

Nell’Alto Tirreno cosentino fu invece sancito col sangue un patto tra il gruppo di Franco Pino e la cosca De Stefano di Reggio. Le diaboliche sinergie criminali sono state svelate da uno dei protagonisti dell’accordo: Umile Arturi, per lunghi anni braccio destro del capobastone cosentino, che guidava il gruppo di fuoco che uccise, il 6 agosto 1983, “Peppe” Geria, boss del rione Santa Caterina di Reggio. Il padrino, in fuga dalla città dello Stretto per una faida che aveva decimato la sua famiglia, s’era rifugiato a Scalea. Lì viveva una donna a cui era legato e lì aveva deciso di aprire un’attività di commercio ittico. A fargli da spalla c’era Valente Saffioti, del posto, fratello dell’amica del padrino. Questo il racconto reso da Arturi sul duplice delitto: «Abbiano affiancato la macchina su cui si trovavano Giuseppe Geria e Valente Saffioti e sparato i primi pallettoni con un fucile a doppia canna, al quale avevamo legato i grilletti per fare partire un doppio colpo. La vettura, dopo le prime scariche di lupara, si è bloccata e io sono sceso a dare i colpi di grazia».

Il locrese infallibile.

Venticinque anni, imperturbabile e con una grande dimestichezza con le armi: Nicola Paciullo, legato ai clan di San Luca, venne chiamato dalla cosca Torcasio a sparare a Lamezia Terme. Il compito? Eseguire un delitto eccellente: quello di Antonio Perri, titolare del centro commerciale “Atlantico”. L’omicida arrivò in città il pomeriggio dell’11 marzo del 2002 dove venne assistito e istruito da Giovanni Governa (ora pentito) e da Giuseppe Catanzaro, successivamente ucciso. Gli venne data una pistola e, da killer professionista, portò a termine la missione di morte in pochi minuti. Entrò nel supermarket e chiese del capo. Glielo indicarono. Entrò nell’ufficio e sparò a freddo tutto il caricatore di una pistola calibro 9. Uscì dal centro commerciale e trovò i suoi complici che lo riportarono a casa. L’uomo è stato successivamente smascherato e condannato con sentenza definitiva a trent’anni di carcere.

L’ex pentito.

Cinque colpi di pistola per “firmare” un delitto politico-mafioso. Un crimine a lungo dimenticato, costato l’arresto e poi la condanna definitiva a trent'anni di carcere ad un ex collaboratore di giustizia. Sergio Prezio, 43 anni, di Montalto Uffugo, è stato ritenuto responsabile dell’assassinio di un cardiologo di Bianco, Stefano Ceratti, consigliere comunale democristiano di Caraffa del Bianco e segretario della sezione scudocrociata di Bianco. Prezio, il sette aprile del 1992, fece irruzione nello studio medico del professionista, a Bianco, armato di pistola calibro 7,65 e vestito con giacca e cravatta. Ceratti stava visitando un paziente quando il quarantatreenne cosentino gli conficcò cinque pallottole nel cranio. All’involontario testimone rimasto pietrificato sul lettino, il killer disse di non parlare altrimenti avrebbe fatto la stessa fine. Il crimine venne erroneamente inquadrato dagli inquirenti nella faida che da tempo insanguinava Casignana e Caraffa del Bianco. Il movente, invece, andava ricercato nell’attivismo politico della vittima che con le sue iniziative dava fastidio ai gruppi mafiosi dominanti che chiesero così l’invio di un killer ai “compari” del Cosentino. Nel giugno del 1999, Sergio Prezio finì in manette perchè sorpreso a vendere droga nell’area del Paolano e decise di vuotare il sacco. Poi ritrattò tutto.

Tonino il “diavolo”.

Bruno Emanuele, 42 anni, di Gerocarne, è stato ritenuto responsabile di due omicidi compiuti nella Sibaritide in meno di un anno, a cavallo tra il 2003 e il 2004. Fu lui secondo i giudici a far fuoco con un fucile calibro 12 caricato a lupara prima contro Nicola Abbruzzese e, poi, all’indirizzo di Antonio Bevilacqua, inteso come “Popin”. Due agguati “perfetti” portati a termine senza provocare vittime collaterali nell’ambito di un rapporto per così dire sinallagmatico intessuto con “Tonino il diavolo” al secondo Antonio Forastefano, per lungo tempo signore e padrone dell’area compresa tra Sibari e Cassano. Emanuele e Forastefano facevano affari e uccidevano insieme, scambiandosi “piaceri” mortali. È stato proprio Forastefano a raccontarlo scegliendo di collaborare con la giustizia.

Il padrino cassanese ha ammesso, infatti, di aver partecipato con Bruno Emanuele all'agguato costato la vita, il 22 aprile del 2002, a pochi passi dall'acquedotto di Gerocarne, ai fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo. I due germani, considerati i boss indiscussi della zona, vennero sfigurati a colpi di fucile calibro 12 caricato a lupara, in una strada interpoderale mentre erano a bordo della loro auto, una Fiat Panda di colore rosso. Tu fai un favore a me ed io uno a te...

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