Cassano

Omicidio di Cocò,
indagati a giudizio

La Dda di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per Cosimo Donato, di 38 anni, detto «topo», e Faustino Campilongo, di 39, detto «panzetta» accusati dell’omicidio del piccolo

I genitori di Cocò: "Disperati e angosciati"

Cosimo Donato e Faustino Campilongo devono essere rinviati a giudizio per il barbaro omicidio del piccolo Cocò. È questa la richiesta del pm Saverio Vertuccio, che ha invocato il processo nei confronti delle due persone – Donato, 38 anni, detto “topo”; Campilongo, 39, alias “panzetta” – finite in carcere con la più infamante delle accuse: quella di aver ammazzato un bambino di appena tre anni con un colpo di pistola alla testa. Di quell’orribile vicenda s’è interessato finanche Papa Francesco che, proprio durante una sua visita a Sibari, ha pronunciato parole che hanno fatto il giro del mondo, scomunicando i mafiosi dalla Chiesa cattolica.

La storia del piccolo Cocò Campolongo è purtroppo nota. Il 16 dicembre di due anni fa il bambino è stato ucciso insieme al nonno Giuseppe Iannicelli e alla sua compagna, la marocchina Ibtissam Touss. I loro corpi carbonizzati sono stati rinvenuti qualche giorno dopo la scomparsa, in un’impervia area montana di Cassano. Un omicidio spietato, capace d’ingenerare sgomento e indignazione. Il ministro dell’interno Angelino Alfano, in visita a Cosenza proprio nei giorni successivi all’efferato delitto, dichiarò senza troppi giri di parole che lo Stato avrebbe assicurato alla giustizia gli autori di quel barbaro fatto di sangue. Una promessa mantenuta al termine delle delicatissime indagini svolte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che hanno individuato proprio in Cosimo Donato e Faustino Campilongo gli esecutori materiali dell’eccidio. Il contesto è comunque quello che s’era delineato fin dal principio di questa bruttissima storia. Secondo l’Antimafia, Donato e Campilongo, che spacciavano sostanze stupefacenti per conto del nonno di Cocò (personaggio più volte balzato agli onori delle cronache giudiziarie), hanno agito perché Iannicelli era ormai diventato un elemento scomodo per la potente e feroce cosca degli Abbruzzese, meglio nota come clan degli zingari di Cassano. I due, quindi, anche con lo scopo di aumentare il loro prestigio criminale, avrebbero deciso di portare a compimento uno dei più gravi omicidi mai commessi in tutta la Calabria.

Adesso “topo” e “panzetta” devono rispondere di questa pesantissima accusa. Una fetta importante della loro sorte la conosceranno nel giro di poche settimane: il giudice per l’udienza preliminare s’è infatti riservato la decisione in merito alla richiesta di rinvio a giudizio, aggiornando la seduta al prossimo 25 luglio per le repliche difensive. I legali di Donato e Campilongo – cioè gli avvocati Vittorio Franco, Ettore Zagarese e Mauro Cordasco – non hanno comunque presentato istanza di rito alternativo per i loro assistiti. Se rinvio a giudizio ci sarà, è ormai chiaro che il processo seguirà la formula del rito ordinario. Aprendo le porte del Tribunale alla triste storia della spietata fine assegnata a un bambino di appena tre anni ucciso alla stregua di un feroce boss.(f.me.)

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