Sibari

Sibari, imprese nel
mirino della ’ndrangheta

Ieri è toccato per la seconda volta all’operatore immobiliare Ambrogio Arduino. Due inneschi. Uno sotto ognuna delle due auto parcheggiate davanti casa, sotto i lampioni accesi. Poi il fuoco.

Sibari, imprese nel mirino della ’ndrangheta

Due inneschi. Uno sotto ognuna delle due auto parcheggiate davanti casa, sotto i lampioni accesi.

Poi il fuoco. Infine la conta dei danni. Pari ad oltre 15mila euro.

Non c’è dubbio: chi ha agito, voleva colpire duro.

E stavolta nel mirino dei signori del fuoco, quelli che ormai da mesi tengono sotto la città intera è stato Ambrogio Arduino.

L’imprenditore turistico sibarita, attivo nel settore delle locazioni immobiliari a Marina di Sibari, era già finito nel mirino degli incendiari dieci anni fa.

All’epoca le fiamme avevano colpito la vecchia Y10 usata dalla moglie. Stavolta il rogo ha divorato la metà anteriore di una Renault Megane e di una Fiat Panda, entrambe ferme in sosta agli ingressi della villetta di proprietà dell’imprenditore, nei pressi della chiesa di Marina.

Tutto attorno alle 10.20 di lunedì sera, mentre l’uomo e la consorte erano in cucina. Ad accorgersi delle vampate sono stati proprio loro, lesti anche a dare l’allarme a Carabinieri e Vigili del Fuoco, questi ultimi giunti sul posto da Castrovillari in tempo utile solo a circoscrivere l’incendio. Che alla fine s’è portato via le parti anteriori delle due vetture, fondendone motori e cruscotti e rendendole perciò inutilizzabili.

Le indagini, affidate ai militari dell’Arma, non avrebbero ancora imboccato alcuna pista certa: Arduino, professionista stimato ed irreprensibile, non ha mai avuto problemi con la giustizia ed è considerato estraneo al mondo del crimine e degli affari illeciti.

Per questo si cercano indizi utili a indirizzare l’inchiesta, scavando anche nei fotogrammi catturati dalle telecamere a circuito chiuso attive in zona.

Ma la speranza di cavarne qualcosa è flebile: chi ha appiccato il fuoco sapeva come muoversi.

Lo dimostrano la maestria nel maneggiare gli inneschi e la freddezza nel portare a termine l’azione, ad un orario tutt’altro che proibitivo e nonostante la presenza, nell’abitazione, dei destinatari dell’attentato.

Resta la certezza: il fuoco è un messaggio per l’imprenditore. Che pure, agli investigatori, ha chiarito di non sapersi spiegare i motivi dell’accaduto e di non aver mai ricevuto, sin qui, richieste o visite di natura estorsiva.

Tuttavia, è proprio lo spettro del racket ad aleggiare minaccioso: tra gennaio e febbraio per ben due volte di fila un falò ha ridotto ad un ammasso di lamiere il lido “La Rotonda”. A marzo è toccata a due imprese agricole e, sempre a Marina di Sibari, ad un disco pub. Ad aprile centinaia di migliaia di euro in fumo per l’impresa agricola Perciaccante, in contrada Prainetta, vittima di un altro incendio. Adesso l’imprenditore turistico sibarita. Troppi, tanti episodi per far finta di niente e addebitare tutto al caso, in una terra dove non si muove foglia senza che i clan non vogliano.

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