Vibo

Imprenditore carbonizzato,
l’ombra della criminalità

Mauro Coletto, 51 anni, morto in Valsusa aveva gestito un villaggio turistico a Capo Vaticano. Aveva testimoniato a Vibo Valentia nel processo contro il clan Mancuso

Imprenditore trovato carbonizzato  Si allunga l’ombra della criminalità

È stato trovato carbonizzato all’interno di un’autovettura in Valsusa, provincia di Torino, ma le indagini che la Procura del capoluogo piemontese sta svolgendo potrebbero presto diramarsi sull’asse Torino-Vibo Valentia. I resti raccolti l’altra notte all’intero di un’Audi A3 apparterrebbero a Mauro Coletto, 51 anni, di Moncalieri. La vittima per tantissimi anni è stata tra i principali operatori turistici di Capo Vaticano, il litorale vibonese dove lo stesso imprenditore gestiva il villaggio “L’Agrumeto”. Un’attività di famiglia che i Coletto avevano messo in piedi tra il ‘98 e il ‘99.

A condurre i carabinieri sulla pista giusta è stato un portafogli rinvenuto all’intero dell’autovettura, letteralmente distrutta dalle fiamme, con all’interno i documenti della vittima. Un vero e proprio giallo quanto avvenuto in Valsusa, anche se gli inquirenti non escludono la pista del suicidio sulla scorta dei primi rilievi effettuati dai carabinieri e dal medico legale e dopo la testimonianza della moglie della vittima che in questi ultimi tempi aveva visto il marito piuttosto depresso per via delle difficoltà economiche in cui la famiglia versava.

Ma al vaglio di carabinieri e magistrati vi sarebbe pure la pista che porta alla criminalità organizzata; in tal senso gli inquirenti potrebbero presto vagliare la testimonianza fornita dalla vittima nell’ambito del processo Black money che vede alla sbarra capi e gregari del clan Mancuso di Limbadi.

Mauro Coletto si era presentato a Vibo Valentia il 26 giugno scorso accompagnato coattivamente dai carabinieri di Moncalieri per come chiesto dal pm Marisa Manzini e disposto dal Tribunale collegiale. Citato più volte dalla pubblica accusa per fornire la sua versione dei fatti sulla vendita del suo villaggio turistico, avvenuta circa cinque anni fa, aveva rinunciato a presentarsi senza una valida giustificazione. Durante la sua testimonianza, effettivamente, Coletto aveva parlato a lungo della trattativa piuttosto complessa per la vendita della struttura, evidenziando, senza mai lanciare accuse nei confronti di alcuno, che gli interessi per la cessione del villaggio “L’Agrumeto” c’erano e non erano di poco conto. E probabilmente è proprio questo il filone d’indagine che al momento manca alla Procura di Torino e sul quale nei prossimi giorni potrebbero arrivare ad intensificarsi i rapporti tra la Distrettuale di Catanzaro e gli uffici giudiziari piemontesi.

Nella sua deposizione Mauro Coletto aveva spiegato, fra le altre cose, di avere avuto al momento della vendita del villaggio rapporti con diversi operatori turistici; in particolare con Agostino Papaianni, attualmente in carcere nell’ambito dell’operazione Black money e ritenuto dagli inquirenti uomo del clan Mancuso nella zona di Capo Vaticano. Lo stesso Papaianni, per trattare l’affare dell’Agrumeto, si era recato personalmente a Torino, per come spiegato in Aula dallo stesso Coletto. Ma alla fine la struttura è stata ceduta, secondo quanto riferito dallo stesso testimone, ai La Sorba, operatori della zona ben conosciuti, dallo stesso imprenditore piemontese.

Il lavoro investigativo in tal senso è appena iniziato e non si esclude che presto possano essere acquisiti i verbali dell’udienza del 26 giugno scorso. In quell’occasione il pm Marisa Manzini ha sottoposto ad un lungo esame il teste nella convinzione che Coletto avrebbe venduto la sua struttura perché pressato dalla criminalità organizzata anche se da parte della vittima non sono ci sono state ammissioni in tal senso.

Il corpo carbonizzato dell’uomo è stato rinvenuto dai vigili del fuoco nei pressi del cimitero di Sant’Antonio di Susa. A dare l’allarme nella notte tra sabato e domenica alcuni passanti che segnalavano con una telefonata al 115 un’auto in fiamme. Sul posto pure i carabinieri che, sotto il coordinamento della Procura di Torino, ora dovranno fare piena luce sull’accaduto.

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