'ndrangheta al nord

Sindaci, consiglieri ed on.
testi per la "Minotauro"

Deputati, sindaci, consiglieri regionali: sono numerosi i politici piemontesi che la Procura di Torino intende chiamare a testimoniare al maxi-processo Minotauro sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte. Fra i nomi anche quelli di due deputati e di un assessore regionale piemontese

minotauro torino

Deputati, sindaci, consiglieri regionali: sono numerosi i politici piemontesi che la Procura di Torino intende chiamare a testimoniare al maxi-processo Minotauro sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte. I nomi sono contenuti nella lista che i pm presenteranno alla prossima udienza. Tra essi figura quello di Claudia Porchietto, assessore regionale al lavoro, alla quale i magistrati intendono porre domande sui motivi per i quali ha conosciuto alcuni imputati, in particolare Giuseppe Catalano, ora deceduto, e su un incontro avvenuto in un bar di Torino nel 2009 durante la campagna per le elezioni provinciali.

L'obiettivo dei pm è dimostrare che la 'ndrangheta ha tentato di inquinare la vita politica piemontese. Due sono i deputati che la procura intende far testimoniare in aula: Gaetano Porcino (Idv) e Domenico Luca' (PD). Nell'elenco inoltre figurano il consigliere regionale Antonino Boeti, il consigliere comunale torinese Giovanni Porcino (Idv), i sindaci Francesco Brizio (Cirié) e Paolo Mascheroni (Castellamonte). La lista dei testimoni contiene più di 120 nomi; vi compare anche quello di un sacerdote, Pierino Stevarengo, Cappellano del carcere delle Vallette, che dovrà chiarire degli aspetti legati allo scambio di bigliettini fra detenuti.

Intanto è' stato aggiornato al 26 ottobre il processo Minotauro sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte, cominciato stamani davanti al Tribunale di Torino. I giudici dovranno pronunciarsi sulle numerose richieste degli avvocati difensori. Su tutte spicca quella di trasferire il processo in altre sedi come per esempio Reggio Calabria. Se dobbiamo dare credito a quanto riportano le stesse carte dell'indagine - è stata la spiegazione fornita da uno dei legali - in questa vicenda il Piemonte dipende dalla Calabria: per aprire una 'locale' (una cellula della 'ndrangheta - ndr) era necessario chiedere l'autorizzazione alla 'casa madre regina'. Anche le 'doti' (i gradi della scala gerarchica dell'organizzazione - ndr) - ha aggiunto - venivano conferiti direttamente in Calabria. Quanto poi avveniva qui, dai rituali alle affiliazioni - ha concluso - era solo la parte folcloristica. Uno degli avvocati ha chiesto di annullare il decreto di rinvio a giudizio perché, a suo dire, alcune trascrizioni delle telefonate non sono state tradotte dal dialetto calabrese e quindi "all'udienza preliminare - ha spiegato - non ero in condizione di capire se mi conveniva scegliere strade alternative come il rito abbreviato". (ANSA)

Gli imputati sono 75, ma altrettanti sono gia' stati giudicati con il rito abbreviato. In aula, al fianco dei pm che sostengono l'accusa, c'e' il procuratore Gian Carlo Caselli. Fra il pubblico ci sono numerosi attivisti dell'associazione antimafia Libera che chiedera' di costituirsi parte civile.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Gazzetta del Sud online

Caratteri rimanenti: 400

Le altre notizie

i più letti di oggi