Osservatorio Internazionale

L’Onu ora è sicura: «La Corea del Nord sta barando»

Un rapporto che doveva rimanere “confidenziale” svela tutte le violazioni dell’accordo sul nucleare firmato a Singapore. Continua lo studio e lo sviluppo di bombe atomiche e di missili balistici in grado di colpire fino alla California

L’Onu ora è sicura: «La Corea del Nord sta barando»

La Corea del Nord bara. Spudoratamente. Chi nasce tondo non può morire quadrato e Kim Jong-Un, che rotondetto lo è già di suo, proseguendo la tradizione di famiglia cerca di spennare i polli che via via si siedono al suo tavolo di biscazziere. Questa volta è toccato a Donald Trump, che tronfio come un tacchino aveva annunciato “urbi et orbi” i suoi successi diplomatici, frutto di una strategia studiata per ammorbidire il dittatore di Pyongyang, inducendolo a rinunciare al nucleare. Ma quando mai! Kim ha solo arraffato quello che i babbioni americani gli hanno offerto su un piatto d’argento e poi, con una solida faccia tosta, ha ripreso a fare quello che faceva prima: consolidare il suo arsenale atomico e, soprattutto, studiare nuovi missili balistici in grado di abbrustolire mezza California. La ferale notizia, che già circolava da qualche settimana nelle segrete stanza della diplomazia “parallela”, è esplosa ieri, dopo che la Reuter e l’Associated Press hanno sdoganato un rapporto (che doveva rimanere “confidential”) commissionato dall’Onu per verificare la sincerità di Kim. Il risultato? Mani ai capelli. Le 149 pagine del documento sembrano un bollettino di guerra e sanciscono la colossale presa in giro (è un eufemismo) studiata dai nordcoreani per imbonire la Casa Bianca e il caravanserraglio degli “adviser” presidenziali. Dunque, il “report” ha tutte le caratteristiche di un montante sinistro esploso da Mike Tyson alla bocca dello stomaco di “The Donald”. Per farla breve, gli esperti delle Nazioni Unite scrivono che non solo la Corea del Nord continua a rimpolpare i suoi programmi nucleari e missilistici, ma aggira anche le sanzioni commerciali con trucchi da magliari e, soprattutto, prosegue imperterrita a vendere armi e tecnologia militare a mezzo mondo, Siria compresa. Kim si procura “illecitamente” benzina e carbone con una specie di gioco delle tre carte, anzi, delle tre navi, contrabbandando materie prime in alto mare e trasferendole grazie ai favori di un blocco di nazioni compiacenti. Cina e Russia in testa. L’utilizzo di navi-pirata ricorda un po’ alla lontana quello che i tedeschi facevano, nella prima e nella seconda guerra mondiale, con i cosiddetti “incrociatori ausiliari”. Gli imbrogli si estendono anche al settore delle transazioni finanziarie e dei movimenti bancari. Mentre le armi “Made in North Korea” arrivano su teatri bellici ad alto rischio, come Libia, Sudan e Yemen. Con Damasco, invece, la cooperazione sarebbe ancora a più alto livello. E il possibile coinvolgimento dell’Iran in questo colossale giro di risicatissimo export, avrebbe già messo in campana gli israeliani, i quali temono che Hezbollah, in Libano e Siria, possa diventare uno dei terminal privilegiati del traffico di materiale militare di ultimissima generazione. Secondo il rapporto dell’Onu, i nordcoreani sarebbero maestri nel truccare i documenti di bordo, alterare i segnali GPS e scatenare una sorta di guerra elettronica sotterranea, con la quale confondere gli osservatori internazionali, compresi radar e satelliti. E gli Stati Uniti? Sanno tutto, ma finora hanno fatto finta di niente. La Cia ha comunicato a Trump i dettagli del contrabbando, specie per quanto riguarda la benzina. Potrebbero essere stati importati “a nero” da Pyongyang un milione di barili di carburante, oltre la soglia dei 500 mila fissati dalle sanzioni, per un totale di 90 violazioni documentate. Inoltre, secondo i servizi segreti Usa, le spie “finanziarie” di Kim operano indisturbate in almeno cinque Paesi, che fanno loro da sponda, consentendo operazioni di copertura e di vera e propria “lavanderia” valutaria. Così i conti chiusi in Europa vengono “miracolosamente” riaperti il giorno dopo in Asia. La capacità di Kim di prendere per il naso Trump (è sempre un pietoso eufemismo) fa addirittura scuola. E il prestigioso South China Morning Post gli ha addirittura dedicato un’inchiesta, condotta da Edward Howell. In America, sia il Washington Post che il New York Times avevano già sentito puzza di bruciato. Pubblicando articoli che descrivevano la frenetica attività diplomatica di Mike Pompeo, il Segretario di Stato, che sta zompando di qua e di là per metterci una pezza. Per quanto ci riguarda, al tempo del tanto osannato vertice di Singapore, avevamo scritto che tutto andrà come Pechino vorrà. Ma con la storia dei dazi doganali non è che Trump si sia guadagnato la benevolenza degli amici-nemici cinesi.

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