Osservatorio Internazionale

Soffiano impetuosi venti di guerra tra Iran e Israele

Abbattuto un F-16 di Gerusalemme che stava attaccando una base militare di Teheran in Siria. Un missile SA-5 di fabbricazione russa ha colpito un jet che stava rispondendo allo sconfinamento di un “drone”

Soffiano impetuosi venti di guerra tra Iran e Israele

Ormai è quasi guerra aperta tra Israele e l’Iran. Ieri un F-16 di Gerusalemme è stato abbattuto da un missile terra-aria (sicuramente un SA-5 russo) lanciato da una base siriana (la T4 nei pressi di Palmyra) controllata dalle Guardie Rivoluzionarie degli ayatollah e “supervisionata” dai consiglieri militari di Mosca dal centro di Kheimim. Il che complica pericolosamente le cose, perché significa che il Cremlino ha dato, in qualche modo, il suo assenso alla reazione iraniana. Sembra che qualche missile sia stato sparato anche dal Libano. Lo strike, ordinato dal capo di Stato maggiore dello Stato ebraico, Gady Eisenkot (con l’assenso del premier Netanyahu e del Ministro della Difesa, Lieberman), seguiva la distruzione di un “drone” di Teheran, che aveva sconfinato sopra il Golan. I piloti israeliani, eiettatisi col seggiolino dal jet che stava precipitando, si sono salvati, riuscendo a raggiungere i loro confini e ora sono ricoverati in ospedale. Uno è ferito seriamente. Il “drone”, che si dirigeva verso il lago di Tiberiade, è stato colpito da un elicottero Apache, allertato assieme alla squadriglia di caccia costantemente pronti allo “scramble” (cioè al decollo nel giro di tre minuti per parare eventuali minacce). Contemporaneamente, mentre suonavano le sirene in tutta la Bet Shea Valley, sono stati preparati al lancio i sofisticati missili “Patriot”, di fabbricazione americana, che fanno parte della costosissima rete anti-missile organizzata da Gerusalemme per difendere lo spazio aereo.

Questo è il primo scontro veramente serio, foriero di pesanti e imprevedibili conseguenze, che si verifica tra israeliani e iraniani dallo scoppio della guerra in Siria, nel 2011. E le prime reazioni non promettono niente di buono. Netanyahu ha convocato una riunione d’emergenza del suo governo, mentre gli iraniani hanno replicato con una minacciosa dichiarazione del vice capo delle Guardie Rivoluzionarie, il brigadier generale Hossein Salami. L’alto ufficiale ha sparato ad alzo zero, è il caso di dirlo, sia contro Gerusalemme che contro Washington, dichiarando che gli israeliani sullo sconfinamento del “drone” mentono e che per loro “si apriranno le porte dell’inferno”. Hosseini agli americani, invece, manda a dire che gli ayatollah «sono in grado di colpire qualsiasi base Usa nella regione» e aggiunge che consiglia alle truppe stanziate in Medio Oriente da Trump di fare le valigie.

Secondo autorevoli fonti di Gerusalemme, gli iraniani, approfittando della caotica situazione sul campo di battaglia siriano e della progressiva liquidazione delle forze dell’Isis, stanno continuando una capillare strategia di penetrazione e mirerebbero a installare unità militari d’élite a ridosso del Golan, costituendo un potenziale minaccia per lo Stato ebraico. Tra le altre cose, i servizi segreti di Netanyahu gli hanno già fatto sapere che in Siria gli ayatollah stanno equipaggiando le loro truppe con i micidiali “drone” Mohaier 6 (nome in codice Migrant), in grado di imbarcare bombe ad alto potenziale e di sganciarle con assoluta precisione. Proprio per far fronte a questa minaccia, il generale Eisenkot ha convocato il capo dell’aviazione, Amiram Nurkin, per concordare un piano per la difesa dello spazio aereo. La situazione è complicata dal fatto che anche Hezbollah è stato rifornito di “drone” armati ed è in condizione di attaccare dal Libano.

Lo scoppio della crisi era stato preceduto, nei giorni scorsi, da una triangolazione di “diplomazia parallela” fatta da Damasco, quando Assad aveva deciso di contattare Netanyahu, facendogli recapitare un messaggio che suonava come un impegno solenne a ricercare un dialogo con Gerusalemme. Secondo indiscrezioni israeliane, Assad avrebbe fornito a Netanyahu garanzie sui futuri scenari del dopoguerra in Siria. In primo luogo, affermando che i confini lungo il Golan, dente cariato della diplomazia israeliana, sarebbero stati blindati direttamente dall’esercito siriano, che si sarebbe opposto «a qualsiasi infiltrazione esterna», con chiaro riferimento ai miliziani di Hezbollah e alle presenze iraniane. Nell’occasione avevamo scritto che Israele non avrebbe esitato a scatenare una guerra preventiva contro la teocrazia persiana. I fatti di ieri, purtroppo, cominciano a darci ragione.

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