Osservatorio Internazionale

Il 19 ottobre l’attacco a Mosul

Ordine di servizio del Presidente americano Obama diramato al Pentagono e al suo Stato maggiore

Il 19 ottobre l’attacco a Mosul

Sembra l’orario dei treni, ma questa volta, alla faccia del “top-secret”, gli israeliani hanno anche la fotocopia, con tanto di firma, dell’ordine di servizio diramato dal Presidente Obama: l’attacco contro Mosul (Irak), per chiudere i conti col Califfo, dovrà cominciare mercoledì 19 ottobre prossimo, presumibilmente intorno alle 4 del mattino.

La notizia, che arriva da fonte affidabile come il cemento armato, riporta che l’ordine ha raggiunto il Ministro della Difesa, Ashton Carter, e il Capo di Stato maggiore, generale Joseph Dunford. La novità sta nel fatto che l’attacco era programmato per Natale, mentre ora risulta anticipato di due mesi. I servizi segreti americani sono sicuri che l’Isis non combatterà fino alla morte e che, anzi, le sue truppe se la squaglieranno massicciamente per riposizionarsi a macchie di leopardo, come verificatosi a Falluja lo scorso giugno. Il piano Usa prevede il forte utilizzo di miliziani curdi e lo scoppio “a orologeria” di rivolte popolari anti-Isis, programmate a tavolino, per costringere i jihadisti a combattere su due fronti.

In realtà, un preciso accenno alla data dell’attacco è stato già fatto dal Presidente turco Erdogan, il quale ha dato il suo benestare (a malincuore) all’utilizzo dell’esercito curdo di Barzani. In effetti, Ankara capisce che la riconquista di Mosul può essere il passo necessario per circoscrivere le ambizioni indipendentistiche curde solo al nord dell’Irak. Ma fonti turche aggiungono che Erdogan è fuori dalla grazia di Dio per essere stato snobbato dagli americani. Obama ha, infatti, posto un veto di una tonnellata all’eventuale partecipazione dei militari turchi all’attacco contro Mosul.

Scenario complicato e reso scivoloso come una saponetta da altri spifferi “collaterali”, che danno Erdogan addirittura in trattativa col Califfo per siglare un “patto di non belligeranza”. Insomma, l’unica cosa che appare chiara nel pentolone dove ribolle la sbobba immonda della diplomazia mediorientale è che nessuno si fida di nessuno e che, di conseguenza, tutti sono pronti a tradire tutti. Basta gettare l’osso giusto. Erdogan, per esempio, ha già fatto capire che, secondo lui, riconquistata Mosul, Obama si fermerà e lascerà cuocere la Siria, a cominciare da Raqqa, nel suo brodo. Ergo: lascerà turchi e russi a sbrigarsela col Califfo in Siria, mentre gli americani avranno ripreso colorito in Irak. Con la non spiacevole considerazione che lui, ritornato “civile”, potrà appuntarsi al petto la medaglia di Mosul, mentre il prossimo Presidente Usa avrà le mani ai capelli sul fronte di Raqqa. Per questo la Casa Bianca sta accelerando: vuole vincere subito tutto ciò che si trova nel piatto e vuole lasciare al successore una bella eredità fatta di rogne “doc” e problemi a raffica.

E per chiudere il Califfo con la testa nel sacco, l’attuale Amministrazione a stelle e strisce non sta badando a spese. Advisor e consiglieri militari a parte, alla battaglia di Mosul dovrebbero partecipare quasi 12mila soldati Usa delle forze d’élite. C’è però un altro ostacolo da prendere con le molle: il Califfo ha già usato (oltre una ventina di volte) armi chimiche e pare che ne prosegua la produzione (a Qayyarah, per esempio, a 75 chilometri da Mosul), arrivando a stoccare quantitativi di clorina e di “gss mostarda” (l’iprite). E proprio un deposito di armi chimiche del Califfo sarebbe stato bombardato qualche giorno fa a Huwayia. Secondo fonti del Pentagono, l’Isis potrebbe contrastare il prossimo attacco della coalizione su Mosul, puntando su ordigni a gas.

Tornando agli scenari strategici e comparando la situazione sui due campi di battaglia di cui stiamo discutendo, e cioè l’Irak nord-orientale e la Siria centro-settentrionale, va detto che essi sono reciprocamente influenzati. La Turchia di Erdogan, dimostrando tutta la sua attuale irritazione verso l’Occidente ha, di fatto, chiuso un accordo di ferro con Putin che adesso le consente di controllare con le sue truppe il 3% del territorio siriano. Certo, a questo mondo nessuno regala niente. Così, dopo il tentato colpo di Stato di Pulcinella in Turchia, Erdogan ha girato pagina, gettandosi armi e bagagli tra le braccia di Putin. Risultato: i turchi hanno inguaiato i ribelli anti-Saddam ad Aleppo, tagliandogli i viveri e favorendo la nuova offensiva siro-russa. Il Cremlino, dal canto suo, ha contraccambiato, mollando nelle mani di Erdogan quasi cinquemila chilometri quadrati di territorio al confine siriano e, in questo caso, inguaiando i curdi.

Indubbiamente, il patto tra Putin ed Erdogan si è rivelato una mazzata per i giochini strategici americani in tutta la regione. Su mandato di Obama, il Segretario di Stato John Kerry ha cercato in ogni modo di affossare “the odd couple”, la strana coppia, ma senza riuscirvi. Anche perché Putin non fa mai il passo più lungo della gamba. E, nel caso specifico, ha imposto ad Ankara di non attaccare la città di Al-Bab, il caposaldo delle rorze ribelli della regione ei Aleppo. La partita va vinta, insomma, ma senza umiliare l’avversario. Nel contempo i governativi, assistiti da russi, hezbollah e pasdaran iraniani stringono il cappio al collo di Aleppo, lasciando ai ribelli anti-Assad solo un corridoio. Quello pensato apposta per farli andare a finire in bocca ai turchi.

Per la verità, anche in questo caso gli anti-Assad si sono comportati in modo scomposto, senza parlarsi. Molti dei gruppi pro-Occidente si sono sganciati, mentre gli integralisti di al-Nusra, legati ad al-Qaida, hanno deciso di continuare a combattere. In particolare, ora alcuni jihadisti minacciano di farla pagare cara ai turchi, magari attaccando l’enclave costituita al confine nord-est. Strategia non condivisa dagli altri jihadisti, quelli più vicini al Califfo. In particolare, i salafiti di Harakat Ahrar al Sharm, vogliono continuare “a cooperare” con i turchi, proseguendo con una “comparanza” che, evidentemente, dura da lunga pezza. Comunque, gli altri chiacchierano, organizzano meeting e, improvvisano conferenze, mentre russi e turchi badano al sodo.

L’ultima notizia descrive un nuovo accordo per spartirsi cieli della Siria settentrionale ed evitare “incidenti” da fuoco amico. Per ora l’idillio è giunto al punto che i turchi passano ai loro nuovi compagni di merende le coordinate con gli spostamenti e gli orari di transito di tutte le loro truppe. In cambio i russi impongono ai loro aerei di girare al largo. Cosa che fanno anche con le loro truppe. Così la collaborazione funziona alla grande. E decollerà, dicono i maligni, quando Erdogan si deciderà a passare al Cremlino anche tutte le scartoffie della Nato in suo possesso. Spiegateglielo a Obama.

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