Osservatorio Internazionale

La Francia: mea culpa. E la Libia?

L’ex capo dei Servizi segreti transalpini, Juillet, “canta” e ammette gli errori di Parigi in Siria e Ucraina

La Francia: mea culpa. E la Libia?

Toh! Finalmente una voce “dal sen fuggita”, una resipiscenza, un’ammissione di responsabilità. O, forse, e molto più semplicemente, l’insostenibile pesantezza della menzogna, che unita all’insostenibile leggerezza dell’essere (protagonisti), di kunderiana memoria, ha convinto i francesi a cantare. Sì, amigos, avete capito bene. Anche se dalle parti dell’Eliseo hanno chiuso le porte della stalla quando ormai i buoi erano scappati e zompavano per tutto il contado, un’anima pia è venuta a raccontarci le maccheronate commesse da Monsieur Sarkozy e compagnia. E così, ora che la mamma ha fatto gli gnocchi, tutti si renderanno conto di ciò che alcuni analisti avevano già anticipato al tempo dei secoli bui, quando Berta filava.

Alain Juillet, ex capo dell’Intelligence francese (General Directorate for External Security) ha rilasciato un’intervista al settimanale “Paris Match” in cui si è tolto un rospo (anzi, un branco di rospi) dalla gola. Ha detto, usando la lingua come uno scudiscio, che «i francesi erano certamente in errore per quanto riguarda Siria e Ucraina», a causa di un utilizzo sbagliato dell’intelligence e di un chiaro “misunderstanding” della realtà dovuto alla classe politica. Al netto della traduzione inglese, vi possiamo dire che Juillet, in pratica, ha accusato i governi transalpini succedutisi nel tempo di non averci capito il resto di niente. In buonafede (e ci sarebbe da discutere) sì, ma incapaci.

La presa di posizione segue il voto della Camera francese che, come i parlamenti di altri Paesi, ha bloccato l’estensione delle sanzioni alla Russia dopo l’annessione della Crimea. Naturalmente, i nostri lettori avranno capito che, dietro il “mea culpa” di Juillet si aggira un altro spettro a tre ante, in turbante e barracano: quello di Muhammar Gheddafi.

Per ora, l’ex 007 francese non ha detto una sillaba sulla Libia e sulle porcherie laggiù pianificate, commesse e sotterrate da mezza diplomazia occidentale. A cominciare dall’Eliseo. Ma siatene certi, non appena le botti si inzupperanno per bene d’aceto, allora verrà fuori tutto il vino “spunto”. D’altro canto, lo sanno pure gli scemi che il “piattino” in Libia era pronto da tempo, come aveva abbondantemente pronosticato “Le canard enchaîné”. Ormai metà degli italiani l’ha capito e l’altra metà comincia ad avere seri dubbi.

Alle origini della guerra nell’ex Cassone di sabbia di giolittiana memoria c’è un colossale imbroglio, perché sotto la verniciata dei nobili ideali sbandierati ai quattro venti, gratta gratta, spuntano sordidi interessi di bottega, travestiti da carnevale con la maschera dell’ “intervento umanitario”. Per carità, sgombriamo subito il campo da ogni equivoco che potrebbe ingenerarsi nelle menti dei benpensanti in servizio permanente effettivo: Gheddafi non è stato solo un sanguinario dittatore, ma era pure matto come una volpe e per circa quarant’anni ha fatto carne di porco del suo Paese. Appunto. Ha fatto il bullo per una vita e i “volenterosi” si sono svegliati in ritardo. Guarda tu!

E che non si venga a parlare solo di “rivolta popolare”, come in altri Paesi della Mezzaluna, cercando di ignorare che quella libica è stata, prima di tutto, una guerra tribale o, se volete, più all’ingrosso per capirci, Tripolitania contro Cirenaica.

Lo hanno voluto morto, eppure col raìs hanno concluso affari d’oro tutti, forse meglio e più degli italiani. I francesi, tanto per fare un nome a caso, hanno venduto armi, non hanno disdegnato il “business” del petrolio e si sono accaparrati la benevolenza del regime firmando un memorandum d’intesa che dava loro mano libera sull’uranio del Tibesti. Sia quello che si presume sia sepolto sotto il deserto libico, sia quello che (sicuramente) si estrae dalla Fascia di Azou, nel Ciad. Una regione (e una ragione) per la quale Parigi ha fatto indirettamente più di una guerra, fino a quando Gheddafi, spendendo e spandendo dollari, non si è comprato anche la benevolenza del governo ciadiano, costringendo “Sarkò” a passare dalla porta di servizio.

Obama proprio non ne voleva sapere di mettersi sul groppone la nuova magagna libica. Sennonché, scavalcato per l’ennesima volta da Madame Clinton, Segretaria di Stato, sempre pronta a contraddirlo, Barack ha dovuto abbozzare (proprio come l’Italietta), dopo una tempestosa riunione svoltasi alla Casa Bianca, in cui pare che siano volati piatti in faccia tra “interventisti” e fautori della negletta politica della prudenza. Inutile rifare la cronaca (dietro le tende) di quei giorni, anche se qualche bordata dev’essere tenuta a mente.

Per Steve Clemons (New America Foundation) Obama ha proceduto a zig zag e senza una chiara linea strategica. Lo hanno tirato per la giacca alcuni suoi “adviser”, Samantha Power, Gayle Smith e Mike McFaul. Ferocemente contrari, invece, erano Tom Donilon e Denis McDonough (National Security Council) e, soprattutto, il capo del Pentagono, l’allora Ministro della Difesa Robert Gates, che temeva gli effetti-domino di quella trovata. In primis il potenziale “fondamentalista” della Cirenaica. Beh, Gates non era Nostradamus, ma ha azzeccato in pieno pure le virgole. In una splendida riflessione apparsa sull’autorevole rivista Usa “The New Republic”, Michael Walzer ha sparato a zero (è il caso di dirlo) contro l’intervento americano in Libia che, a suo dire, non aveva né capo né coda. Walzer ha elencato, dopo averli soppesati col bilancino, tutti i “pro” (quasi niente) e tutti i “contro” di una spedizione militare in cui l’America aveva molto da perdere. Con lungimiranza (ma, per onestà, non bisognava andare all’Università di Princeton per accorgersene) ha giudicato l’allora Risoluzione Onu ambigua e volutamente fuorviante. E, infatti, a leggere la “1973” viene il dolore di testa: le regole d’ingaggio sono così indeterminate che, ognuno le ha tirate dal suo lato come la pasta per la pizza. Che, però, se viene strapazzata troppo, si sbrindella, come è regolarmente avvenuto.

La Libia è un pasticcio colossale e noi italiani, more solito, abbiamo avuto l’abilità d’infilarci, con tutte le scarpe e fino al collo, dentro un tale ginepraio, che sicuramente tornava comodo ad altri Paesi, pronti a utilizzare il coperchio Onu, ignorando, nello stesso tempo e con cinica strafottenza, tutti i regimi che nel mondo tengono sotto il loro tallone decine di milioni di esseri umani. Pensierino della sera: fare la guerra (di questo si tratta) per difendere le ragioni e le vite di chi si era ribellato a Gheddafi, avrebbe dovuto significare, prima di ogni cosa, che la nobiltà dei principi doveva valere per tutti. O per nessuno. No, l’operazione-Libia, invece, fin dall’inizio puzzava lontano chilometri. Di truffa. Perché la politica estera è l’arte delle cose possibili, non di quelle desiderabili. E a volte la pezza è peggio del buco.

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