Osservatorio Internazionale

Siria, una tregua
per modo di dire

Secondo gli analisti l’asse russo-iraniano sfrutterà questo periodo per spostare le truppe e andare al contrattacco

Siria, una tregua  per modo di dire

Siria: qual è la situazione sul campo, quella vera, dopo la prolamazione (un po’ confusa, per la verità) del “cessate il fuoco? Intanto, un'autobomba è esplosa ieri mattina presso una città della Siria centrale uccidendo due persone, mentre alcuni razzi lanciati dai ribelli sono caduti su Damasco. Nel complesso, però, la tregua sostanzialmente tiene, anche se tutti sanno che il possibile incidente è sempre dietro l’angolo. Qualche scaramuccia è stata segnalata dalle parti di Aleppo ed Homs, mentre i russi hanno ribadito che il “cessate il fuoco” non riguarda i terroristi dell’Isis e di al-Nusra. Ma il vero problema di fondo è rappresentato dal fatto (sostanziale) che Putin, secondo diversi analisti, gioca con due mazzi di carte. Certo, parla al telefono con tutti. Usa gli stessi toni? A quanto pare no, specie quando si consulta con gli alleati iraniani e quando deve dialogare con Assad. Mentre Stati Uniti e Russia hanno concordato una tregua totale, l’intesa tra il Cremlino, Damasco e Teheran fa presagire che la lotta “contro jihadisti e altri gruppi (??!) continuerà”. Sì, ma chi sono gli “altri gruppi”? Nel mazzo c’entra tutto l’universo delle milizie che si oppongono ad Assad e non certo solo i fondamentalisti. Insomma, se così stanno le cose, allora il carrozzone sta partendo col piede sbagliato. I russi avrebbero giocato sull’equivoco, cercando di far rientrare nel loro repulisti anche i “laici” alleati degli Stati Uniti. Di questo avrebbe parlato a Teheran il generale Sergei Shoigu, Ministro della Difesa di Putin. Spifferi di corridoio riferiscono di un piano diverso, articolato in più punti. Ad Aleppo i russi e loro alleati (governativi, iraniani, Hezbollah) congeleranno le posizioni e non completeranno l’accerchiamento del nemico, pressochè sigillato in una gigantesca sacca. Le pere sono mature, pensano al Cremlino, e presto cadranno dall’albero. Le forze ritirate dal fronte di Aleppo, invece, dovrebbero riversarsi su Jisr-al-Shughour, una città a cento chilometri di distanza ancora nelle mani dei ribelli. Finito il “lavoro”, i governativi e i loro alleati punteranno al bersaglio grosso: il controllo dell’intera provincia di Idlib, a nord, verso il confine turco di Hatay. Mossa rischiosa e dai mille significati, perchè Hatay, oggi nelle mani di Ankara, è porzione di territorio rivendicata dalla Siria. Stesso discorso a sud, dove i ribelli dovrebbero essere schiacciati, come in una pressa, tra la coalizione avanzante russo-sciita e i blindatissimi confini di Israele e della Giordania. Certo, sapere campare non significa girarsi dall’altro lato. E così, nell’ambito del nuovo corso generato dalla guerra di Siria, Netanyahu ha alzato il telefono (senza avvisare Obama) per parlare con Putin e concordare alcune mosse sul “cessate il fuoco”, soprattutto per quanto riguarda la Siria meridionale. Si vede, dicono gli analisti, che la disponibilità espressa dal Cremlino testimonia l’obiettivo di rassicurare Netanyahu. Il quale non dorme la notte pensando alla piega che potrebbero prendere gli avvenimenti. Specialmente se, nel sud della Siria, i combattenti iraniani ed Hezbollah “disoccupati” dovessero rivolgere le loro attenzioni al Golan. Netanyahu ha anche chiesto notizie più precise a Putin sul “big business” con Teheran, riguardanti 14 miliardi di dollari di armi. I “think-tank” israeliani aggiungono che, per placare le ansie del leader israeliano, Putin avrebbe accettato “di lanciargli un osso”, accettando di condividere una cerimonia di commemorazione della ripresa dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, ma soprattutto gli avrebbe promesso di tenere ben stretta la catena al collo di Hezbollah. D’altro canto, Vladimir Vladimirovic ha avuto giorni tormentati, soprattutto dai birignao di Bashar al-Assad, che proprio non ne vuol sapere di mollare la poltrona a cui sembra attaccato col mastice.

John Kerry, dall’altro lato, ha dovuto anche lui passare le onde agitate del mare, cercando di non farsi azzannare dai molti pescecani in agguato. Ebbene sì, sono in tanti a non volere la pace in Siria e per i più svariati motivi che, poi, stringi stringi, si riducono al classico interesse di bottega. Quando Putin ha saputo che Assad si era messo di traverso per l’ennesima volta ha perso la pazienza e ha spedito (,,,per posta prioritaria) il suo Ministro della Difesa, Shoigu a Teheran. Gli ha ordinato di…ordinare agli ayatollah di smetterla di tenere bordone al padre-padrone siriano. Ora basta, ha detto, la Russia ci sta mettendo la faccia e non si può fare condizionare dalle bizze di un personaggio che dovrebbe baciare mille mani per non avere fatto la fine di Gheddafi. Il discorso, però, non deve avere impressionato il presidente Rohani, il quale, tra una piroetta e l’altra, si è arrampicato sugli specchi, difendendo sostanzialmente la posizione di Assad. Il quale se ne dovrà andare, questo è sicuro, perchè la sua uscita di scena fa parte integrante del protocollo d’intesa Putin-Obama sulla crisi siriana. Questo lo stato dell’arte. E comunque, per la serie “non ci credo ma mi preparo lo stesso” (a una guerra generalizzata) il Cremlino, tregua o non tregua, ha dislocato nel Mediterraneo la bellezza di altri 12 sommergibili, facendolo diventare lo specchio d’acqua più armato del mondo. L’ammiraglio di questa squadra è il “Rostov-on-Don”, un gioiello tecnologico ritenuto il mezzo più silenzioso del mondo e per questo soprannominato dagli occidentali “Buco Nero”. Imbarca i micidiali missili da crociera “Kalibr”, che hanno una gittata di oltre 2 mila chilometri. L’anno scorso un “Kalibr” è stato spedito dal Mar Caspio fin sulla capa di un accampamento di “califfi”, in Siria, sbagliando di qualche metro. Ma, visto che il missile porta a destinazione mezza tonnellata di alto esplosivo, non occorre essere docenti di balistica per capire che il risultato finale è stato ugualmente tragico. Pensierino della sera: volevano esportare la democrazia (i gringos) e invece hanno trasformato il Mediterraneo in un vespaio stipato di bombe. Una vera polveriera davanti a cui ognuno si passa il cerino, sperando che non gli cada di mano. Visto il traffico navale, gli specialisti hanno già invocato un nuovo “gentlemen’s agreement”, come quello raggiunto nei cieli della Siria, per evitare collisioni e incidenti assortiti. E infatti, appena i servizi segreti occidentali hanno rivelato il vero copione del “cessate il fuoco” scritto a quattro mani, a Washington e Mosca, i governanti turchi sono schizzati dalle loro poltrone come quei piloti abbattuti che si lanciano con tutto il seggiolino. Il Primo Ministro Davutoglu, masticando amaro e farfugliando improperi, ha detto che la misura è colma e che il suo Paese “deve garantirsi”. Come? Boh. Speriamo solo che i turcomanni ci pensino due volte prima di sparare missili a capocchia Perché rischieremmo di cadere dalla padella nella brace. Tutta l’Europa, isole comprese.

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