Osservatorio Internazionale

E tante grazie ai Servizi marocchini

Così i francesi sono riusciti a realizzare il blitz antiterrorismo condotto a Parigi-Saint Denis. Hollande inferocito ha chiesto ai suoi 007 di collaborare con tutti

E tante grazie ai Servizi marocchini

Parte da lontano il successo del blitz antiterrorismo francese di Saint Denis. E il merito (pare) dovrebbe essere di Monsieur Hollande. Il presidente, stufo di prendere schiaffoni dai jihadisti legati al “Califfo”, ha seccamente ordinato ai suoi Servizi segreti di collaborare con tutti i colleghi, anche quelli “meno valutati”. Mettendo da parte “grandeur” e “sindromi napoleoniche” e dopo essere stati sbeffeggiati dai terroristi per un anno intero, finalmente i Servizi transalpini sono così riusciti a cavare qualche ragno dal buco. Il merito? Tutto del DST (Direction de la Surveillance du Territoire) marocchino. Gli 007 di Rabat, profondi conoscitori dei mille meandri in cui si divide l’arcipelago fondamentalista islamico, sono andati a botta sicura e hanno passato le giuste informazioni ai francesi. Arrivando persino a descrivere luoghi e orari. La “chicca” è stata divulgata da alcuni “servizi” più navigati, che già da lunga pezza hanno capito come funziona il marchingegno: quelli jihadisti sono ambienti chiusi, blindati. Quindi, o ti affidi agli stessi fiancheggiatori dei fondamentalisti e li tiri dalla tua parte, oppure stai sicuro che non riuscirai a capire il resto di niente. Insomma, mai come in questo momento le intelligence e gli apparati antiterrorismo devono “fare rete”, per riuscire ad arginare lo tsunami rappresentato dai terroristi collegati all’Isis. Il ragionamento fatto è semplice. I terroristi si muovono a loro agio nel brodo rappresentato dalle “banlieues”, le sterminate (e desolate) periferie parigine, dove vivono asserragliati milioni di immigrati. E senza appoggiarsi a gente del posto, state pur certi che non si arriva da nessuna parte. Per questo Hollande, capita l’antifona ha strigliato i suoi uomini. Ma proprio il successo ottenuto fa comprendere quanto sia arduo il compito che spetta all’antiterrorismo occidentale .Ormai si vive con la sindrome del “terrorista della porta accanto”. Il cerchio si è chiuso per colpa dei conflitti che hanno insanguinato Nord Africa e Medio Oriente negli ultimi anni. Solo ora si è scoperto che i “foreign fighters” non venivano “invitati” dalla propaganda jihadista in Siria e Irak per combattere. Questo era l’ultimo dei pensieri del “Califfo”. I volontari venivano addestrati, indottrinati, foraggiati di dollari e rispediti dopo un paio di mesi al mittente. Col compito di “stare in sonno”, a casa, fino al segnale convenuto “di attivazione”, a via di bombe o a colpi di kalashnikov. Un disegno astuto, che gli occidentali hanno capito in ritardo e di cui ora cominciano a pagare le pere. E se proprio bisogna dire pane al pane e vino al vino, allora aveva ragione Putin a chiedere una santa alleanza generale contro i fondamentalisti e aveva ragione Obama, dietro le quinte, a tenergli bordone. Insomma, ora che la casa brucia, tutti, ma proprio tutti (anche Hollande) hanno capito dove bisogna mandare i pompieri e chi è il piromane da tenere d’occhio. E sapendo ciò che i più seri analisti internazionali vanno ripetendo da oltre un anno, viene da ridere quando si ascoltano le dichiarazioni (improvvisate) di certi politici. I quali non hanno assolutamente idea del problema che ci è caduto tra capo e collo. Quanti sono i potenziali terroristi tornati in Europa dalla Siria e dall’Irak? Migliaia. Il problema è che di molti si sono perse le tracce e da quelli che hanno ripreso una vita apparentemente normale non sai cosa aspettarti. Quando gli israeliani, dopo gli attentati di Parigi, hanno parlato di una “massa critica” di almeno 200 terroristi coinvolti (su più livelli e con compiti diversi) avevano ragione da vendere. Ecco, il nostro primo esame dev’essere quello di capire l’entità del fenomeno. Finora sottovalutato. Nel contempo, però, bisogna riuscire a tenere i nervi saldi. Nomen omen: nella parola “terrorismo” c’è tutto. Origini, finalità, spiegazioni strategiche. Bisogna ingenerare negli avversari una paura irrazionale, quasi inarginabile. Anche perché dopo aver fatto un attentato importante, gli altri basta solo annunciarli, senza metterli in pratica, per scatenare lo stesso ondate di panico e vivere di rendita. È la tattica dell’Isis, che dietro le quinte manda “falsi allarmi” per tenere alta la tensione. Gli inglesi hanno detto di avere sventato, nei mesi scorsi, sei o sette attentati. Ne dubitiamo. Probabilmente si trattava di tentativi fatti per creare confusione. Come quello di Time Square, a New York, dell’altro giorno. O come il gioco della lattina d’aranciata sovrapposta ai resti dell’aereo russo caduto in Sinai, con un fotomontaggio propagandistico. Era quella la bomba? Diversi specialisti ne dubitano e, anzi, ritengono che la sporca propaganda faccia parte di una cinica strategia dell’Isis. D’altro canto, il terrorismo per essere efficace ha bisogno di essere percepito come tale. Gli israeliani portano ad esempio la nuova “santa” alleanza, che sarebbe stata auspicata e conclusa da Ayman al-Zawahir, tra al-Qaida e l’Isis. Il successore di bin Laden ha capito che la spietatezza del “Califfo” è vincente, nel senso che terrorizza l’Occidente e lo mette in una situazione di soggezione psicologica. Forse è per questo che, nelle ultime settimane, Vladimir Putin ha guadagnato sostegno in chi prima lo contrastava. Con Putin, il “Califfo” ha trovato, come si dice dalle nostre parti, “la forma per la sua scarpa”. Un avversario, cioè, che lo combatterà con uguale spietatezza e che non deve perdere tanto tempo a spiegare alla sua opinione pubblica i motivi degli attentati che potrebbero colpire Mosca, via Cecenia, nel prossimo futuro. D’altro canto, Abu Bakr al-Baghdadi è stato così bravo a terrorizzare tutti che l’effetto più lassativo la sua politica l’ha avuto su Obama. Già gli era girata la luna storta da un pezzo, al presidente, per colpa di quegli imbecilli di alleati che talvolta si ritrova: l’Irak, la Libia, la Siria. Insomma, una palude piena di sabbie mobili da cui finora si esce solo coi piedi in avanti. Ma Obama non si è perso d’animo. Abituato a fare, la mattina, il contrario di ciò che aveva promesso la sera prima, ha infiocchettato mezzo Medio Oriente e l’ha regalato a Putin, diventato ormai una specie di compare d’anello. Vuoi bombardare? Please, accomodati. Ti servono basi per le navi, aeroporti per i bombardieri, vuoi prenderti un caffè con Assad? Non fare complimenti, tanto io sto facendo le valigie. Un giorno, caro Vladimir Vladimirovic, tutto questo sarà tuo e io ti guarderò da lontano. A proposito, avvisami quando scoppia la prima bomba dell’Isis a Mosca…

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