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DALL'ALTO

Forte Crispi: panorama paradiso a pochi passi dall'inferno

09/05/2013

La batteria umbertina è abbandonata, lasciata all'incuria e divenuta discarica a cielo aperto a pochi passi da Portella Arena. Eppure basterebbe poco per farla divenire uno dei punti più belli e frequentati della città

Forte Crispi: panorama paradiso a pochi passi dall'inferno

Un tempo fortezza umbertina, oggi luogo dell'abbandono che protegge da occhi indiscreti incivili senza scrupoli. Dall'alto di Campo Italia svetta sulla città la “Batteria da Costa Menaja”, meglio conosciuta come forte Crispi. Si trova a pochi passi da Campo Italia, una sorta di continuum con l'inferno ambientale generato da anni di incuria e disinteresse. Se non fosse che ai più risulta sconosciuto, potrebbe rappresentare alla perfezione il contrasto tra ciò che la nostra città potrebbe essere e ciò che invece è. Arrivati nella parte più estrema della fortificazione sembra di essere in paradiso: una distesa di vegetazione a picco segna una linea precisa che taglia tutto lo Stretto, da Scilla a Capo Peloro, dalla falce all'infinito del mare.

Certamente uno dei punti panoramici più suggestivi di tutta Messina, un luogo mozzafiato senza confini. Eppure basta girarsi e voltare le spalle al mare per passare dall'incanto paesaggistico dolce all'amaro dello squallore più totale. Le vecchie mura, i ruderi che hanno resistito al secondo conflitto mondiale e sono testimonianza della struttura originaria della fortificazione, purtroppo sono totalmente incenerite. Con gli anni, infatti, questa straordinaria location è diventata una vero e proprio covo per malintenzionati. Come è possibile vedere dalle immagini, le pareti sono completamente scure, colpite da incendi appiccati per bruciare carcasse di auto e motorini, gomme (perfino di biciclette) ed altri rifiuti. Un autentico omicidio ambientale perpetuo. Per capirlo basta osservare cosa si trova in terra e tra gli scorci del forte dimenticato. La terra della strada sterrata che porta alla Batteria Menaja diventa di colpo “deserto nero”, fatto di cenere e rifiuti. Si trova davvero di tutto. Vetri e parabrezza frantumati, guanti, latte di vernice e coloranti, monitor smontati, materiale elettrico, tubi, mattoni, casse, gomme, marmitte, vestiti. Anche gratta e vinci e fogli di giornale, a testimoniare recenti “visite”. Immancabili le cataste di eternit, tra le costruzioni improvvisate, le vecchie lavatoie e le bevitoie degli animali da pascolo. Una bomba ecologica confermata dall'area irrespirabile, insopportabile fino a diversi minuti dopo in cui si lascia il forte.

Una condizione intollerabile che necessita di una bonifica immediata per evitare che la situazione peggiori oltremodo. Una prima soluzione tampone potrebbe essere bloccare l'accesso. In realtà, la Batteria, è frequentata solo da chi conosce il posto e lo sfrutta per i suoi dannosi fini. «Le recinzioni che delimitano l'area, proprio al fianco dell'ingresso a Portella Arena, sono state apposte ultimamente ma sono insufficienti per limitare l'ingresso - spiega il presidente dell'associazione ambientalista “Ecologisti Democratici”, Paolo Barbera, che si è interessato al problema -. Le persone che “frequentano” il forte sono evidentemente attrezzate». E' difatti difficile superare le dune che fungono da muro e percorrere l'esigua e tortuosa trazzera che conduce alla fortificazione. All'interno ci sono perfino delle casse di grosse dimensioni, impossibili da trasportare se non con furgoncini o fuoristrada. Ciò che è certo, è che bisogna trovare una soluzione quanto più immediata per rilanciare una potenziale risorsa ridotta a tugurio. «Un'idea potrebbe essere quella di valorizzare il forte sul modello Petrazza o Ogliastri - ha aggiunto Barbera -. Potrebbe divenire un punto di ritrovo ideale per famiglie, scout, turisti e croceristi». Senza andare troppo lontano, Maratea attrae annualmente migliaia di persone per lo straordinario spettacolo del Cristo in cima al promontorio. Qui il paradiso è naturale, ma purtroppo l'inciviltà e il disinteresse politico lo hanno reso un inferno.

Emanuele Rigano