De Vincenti, l'Italia difende la politica di coesione europea

De Vincenti, l'Italia difende la politica di coesione europea

BRUXELLES - Rafforzamento degli investimenti aggiungendo anche nuove risorse sui "beni pubblici europei" come sicurezza e difesa, escludere i cofinanziamenti nazionali dal Patto di stabilità, legare l'erogazione di tutti i fondi del bilancio Ue al rispetto "dello stato di diritto e della solidarietà intra-europea". Sono i punti principali della posizione del governo italiano a difesa della politica di coesione europea anche dopo il 2020, illustrati nella sede del Comitato europeo delle regioni dal ministro per il Mezzogiorno Claudio De Vincenti. "La posizione italiana è molto forte e condivisa dalle regioni e dai sindaci al di là dei colori politici" risponde il ministro sulla possibilità che dopo le elezioni del 4 marzo gli orientamenti del governo possano cambiare, sottolineando l'importanza di una politica di coesione "forte" per promuovere "un principio di cittadinanza comune".

 

"L'Italia, pur essendo contributore netto, ritiene che vada mantenuto invariato il livello di risorse dedicate alla coesione", spiega De Vincenti illustrando il documento di 7 pagine firmato dalla Presidenza del Consiglio. Secondo il ministro, lo scorporo dal Patto di stabilità dei cofinanziamenti nazionali ai progetti che usano fondi strutturali "è logico", "perché sono investimenti concordati da regioni e Stati con la Commissione Ue e quindi sono al servizio delle politiche europee". La coesione "deve rivolgersi a tutte le regioni Ue", anche se "in modo differenziato", per "fare sì che nessuno resti indietro e anche le aree più avanzate possano continuare ad andare avanti", sottolinea poi il ministro.

 

Fra i punti essenziali della posizione italiana, De Vincenti cita anche una gestione più efficiente delle strategie macroregionali, l'identificazione di altri criteri oltre al Pil per decidere le assegnazioni dei fondi, la semplificazione dei meccanismi di monitoraggio, e una nuova strategia di governance che metta al centro il dialogo fra Stato centrale ed enti territoriali. L'Italia, inoltre, chiede la cancellazione della cosiddetta condizionalità macroeconomica perché "sbagliata dal punto di vista europeo", e si dice contraria sia all'uscita del Fondo sociale europeo dal "pacchetto" dei fondi strutturali che all'uso della "riserva di performance" (fino a un massimo del 6% delle dotazioni nazionali, anche quelle già assegnate) "ai fini delle riforme", così come proposto dalla Commissione Ue.

 

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