La teoria di Micalizzi

Il segreto di Antonello: «Dipinto nel 1474, a Messina!»

Sarebbero celate nei disegni del pavimento la data del dipinto e la firma del divino pittore

«Mi sembra che Antonello sia qui, adesso», sorride. Dell’elusivo, misterioso Antonello da Messina, genio finissimo sul quale non si finisce di dibattere, potrebbe aver svelato un enigma. Lui è Carmelo Micalizzi, medico messinese con la passione della Storia, inesausto indagatore di documenti, collezionatore di foto, studioso di toponimi e mitologie. Oggi a Messina, alla Comunità Ellenica dello Stretto, di cui è presidente, presenterà il risultato d’una ricerca assai speciale, che coinvolge il più famoso dei messinesi: Antonello.

Il campo dell’indagine è uno dei dipinti più squisiti ed enigmatici del pittore: “San Girolamo nello studio”. Una piccola tavola di tiglio (46 x 36,4 cm), dipinta a olio, conservata alla National Gallery di Londra. «È un italiano il direttore di quel museo, Gabriele Finaldi» osserva Micalizzi: è evidente che l’orgoglio dell’appartenenza è vivido, in lui. Messinese, italiano ma anche greco, e compiutamente europeo. Messinese ed europeo come Antonello, il cui genio senza confini mise assieme tutto il meglio della pittura del suo tempo.

«È grandissimo, Antonello, e il gioco di mostrare e velare, di far apparire e celare che conduce in questo dipinto lo dimostra ancor meglio» dice Micalizzi.

Il “San Girolamo” è opera attribuita: di Antonello manca la firma. «Mancava», interviene il dottore. Poi con garbo racconta la sua “scoperta”.

Nel dipinto il santo è raffigurato – non convenzionalmente – in ricche vesti da cardinale, seduto a leggere in un curioso studio di legno: Antonello, maestro della prospettiva, lo inquadra nell’arco d’una porta, sulla cui soglia («Un limen, la delimitazione d’uno spazio sacro e separato») si trovano una quaglia, un pavone, un bacile. Lo spazio, dentro la stanza, è chiuso ma vastissimo, aperto da finestre che inquadrano un paesaggio, l’infinità del cielo. La prospettiva italiana e la luce nordica, la ricchezza meridionale e la minuzia fiamminga. Uno spazio arcano, fitto d’oggetti e presenze che creano una trama di simboli, rimandi, allusioni. Un prodigio.

Un prodigio attribuito concordemente ad Antonello solo dopo secoli. E la cui datazione è stimata all’inizio del periodo “veneziano” del pittore, tra la fine del 1474 e il 1476, quando tornò nella sua Messina per morirvi appena tre anni dopo. «Invece secondo quanto io vedo in questo dipinto, venne realizzato appena prima, e portato da Antonello con sé nel lungo viaggio per mare che lo condusse a Venezia, nel dicembre 1474» dice con semplicità Micalizzi.

Il segreto sfuggito sinora alle legioni di studiosi sarebbe celato nel fine disegno delle mattonelle del pavimento: ceramiche valenzane, d’origine spagnola. Secondo il medico messinese in due di esse – su una superficie piccolissima, meno di tre millimetri – sarebbero stati scritti, con perizia straordinaria, la firma, la data e il luogo di realizzazione dell’opera. O almeno, lui ce li ha trovati: in due delle mattonelle, non disposte casualmente ma precisamente comprese tra la coda chiusa del pavone e l’ombra della testa, il disegno non è un ghirigoro ornamentale: ingrandito e osservato allo specchio rivelerebbe cifre e lettere precise. O meglio, segni altamente compatibili con cifre e lettere. Esattamente «ANTN» e «XI 1474» nella mattonella di destra, posizionata appena sopra il bacile, e «MISSI» con un segno d’abbrevazione, abbondantemente in uso al tempo («e presente anche in cartigli scritti da Antonello», chiosa Micalizzi), nella mattonella di sinistra, sopra la coda del pavone. Dunque la firma, «Antonello», la data, «novembre 1474» – dunque prima di giungere a Venezia – e il luogo in cui l’opera fu realizzata, la sua città, «Messina».

«Peraltro – spiega Micalizzi – il bacile è pieno d’acqua, come si osserva dalla luce riflessa sul bordo interno lucido, dunque è uno specchio. E sulla stessa direttrice, in alto, nel dipinto c’è appesa una chiave: un tessuto simbolico che indica... la chiave per trovare l’autografo».

Ma come le è venuto in mente d’indagare sulle mattonelle?

«Io sono un cultore di storia messinese: dieci anni fa, quando venne organizzata la bella mostra su questo dipinto al Museo Regionale la visitai per tre volte, e portai a casa una stampa. Di recente la ripresi, e volli appenderla a una parete. Mi capitò di guardarla, per puro caso, in un momento di relax: gli occhi erano proprio all’altezza di quelle mattonelle, dei loro ghirigori. Mi sembrò di vedere un numero, e guardai meglio. Numeri, e anche lettere, ma messi al contrario. Mi venne l’idea dello specchio. Le esaminai tutte, per ore, passandole al computer nel massimo dell’ingrandimento. Non era più un’impressione».

Lei è consapevole che la sua osservazione, ovviamente, non è condotta sull’originale ed è realizzata con strumenti tecnici non da specialisti?

«Certo. Ma ugualmente mi pare alquanto evidente il risultato, che sarà da approfondire e rilevare più minuziosamente. Io consegno quest’osservazione alla comunità di studiosi: ben vengano il dialogo e l’approfondimento, con altri strumenti».

Ma cosa vuol fare adesso? Cosa vorrebbe per la sua “scoperta”?

«Niente. Il piacere che si sappia, che quel che ho trovato venga conosciuto».

Davvero le basta questo? La pura soddisfazione?

«Mi fa molto piacere che questo passo avanti negli studi antonelliani sia avvenuto qui a Messina, e ad opera di un messinese. Una contentezza intima che mi soddisfa».

E sorride lievemente. Si direbbe il sorriso dell’ignoto marinaio.

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Il protagonista

Un medico con la passione dell’arte e della storia siciliana

Carmelo Micalizzi, messinese, classe ’53, è medico specialista in Medicina Interna e Medicina del Lavoro. È presidente della Comunità Ellenica dello Stretto, socio dell’Accademia dei Pericolanti, socio Lions Messina Host. Ha affiancato all’esercizio della professione medica l’indagine sulla toponomastica storica del territorio messinese (è autore di saggi sui nomi di Dinnammare, Matagrifone, Moselle, Pentefur, Giampilieri e il masso di san Paolo) e sulla fotografia storica: ha ricostruito capillarmente la fitta trama dei fotografi che operavano a Messina prima del sisma del 1908. Ha individuato e divulgato la prima fotografia di Messina, realizzata nel 1846 dal reverendo gallese Calvert Jones. Ha decriptato gli anagrammi aritmici dei sarcofaghi dei Moncada di Larderia. Micalizzi ha scritto anche sull’Anno Santo di Zafferia e sul Volto Santo di Venetico. Riguardo gli studi antonelliani è autore di originali saggi sulla contrada dei Sicofanti e sulle prime riproduzioni fotografiche del polittico di san Gregorio. In questo momento lavora alla lettura del quadrato magico del Sator–Rotas e sulla individuazione sul litorale tirrenico del Nauloco e del tempio di Diana Facellina.

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