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L’ombra delle “bufale” sulle prossime Politiche

La guerra tra Democrats e Cinquestelle sulle “fake news”. E cresce l’allarme: chi sa cavalcare il Far West tecnologico potrebbe esercitare un controllo sociale di massa

L’ombra delle “bufale” sulle prossime Politiche

Gli stessi retroscena “digitali” che hanno caratterizzato la campagna elettorale di Donald Trump e che, tra fandonie e “ fake news”, hanno condizionato il voto referendario della Brexit, sono entrati prepotentemente anche nella nostra scena politica. Pure in Italia, infatti, «alcune reti organizzate hanno già lanciato la loro strategia sui social media per influenzare gli elettori, usando campagne di propaganda e di notizie false. Gli esperti dei media sono in allerta per quello che promette di essere un altro importante scenario degno dell’attenzione globale». Ad affermarlo è il 23enne Andrea Stroppa, con alle spalle un’adolescenza da hacker di Anonymous, oggi impegnato come consulente per la sicurezza informatica di grandi aziende e collaboratore del Word Economic Forum.


Il giovane ricercatore romano è in questi giorni alla ribalta sui media per aver “smascherato” un network italiano di “propaganda digitale” che, tra bufale e complottismo, mescola siti di politica, fanatismo religioso e proclami nazionalistici. Informazioni che mettono in allarme chi ha a cuore le sorti dei traballanti sistemi democratici, nella consapevolezza che oggi, con troppa facilità, è possibile influenzare l’opinione pubblica in quella che appare ormai una “guerra della disinformazione” tesa a creare confusione e ad alimentare la rabbia sociale. 


I messaggi volti alla “persuasione” e alla creazione di consenso in modo più o meno ingannevole, nel 2016 hanno raggiunto attraverso Facebook e Instagram 146 milioni di americani, quasi la metà della popolazione. Gli account Twitter collegati alla Russia, come rivela la stessa compagnia, hanno generato circa 1,4 milioni di tweet automatizzati relativi alle elezioni, che complessivamente hanno generato circa 288 milioni di “impressions” tra il primo settembre e il 15 novembre 2016.


Stroppa ha dato il suo contributo anche per un’inchiesta di BuzzFeed (popolarissimo sito specializzato nella diffusione di articoli di ampio interesse tratti dalla rete) che ha esaminato 170 domini web e pagine social rivelando che sono tutti riconducibili a un’unica società.


Un sistema fondato, secondo BuzzFeed, proprio sull’esasperazione dei contenuti, una inquietante dinamica simile a quella delle cosiddette “leggende metropolitane”, capace di trasformare il “verosimile” in “verità”. Ecco quindi pezzi di fanatismo religioso, attacchi agli immigrati, esaltazione di posizioni nazionalistiche, gossip, oppure post che puntano sul sensazionalismo e sui titoli “acchiappa clic” per attirare il maggior numero possibile di utenti e generare rendite pubblicitarie.


Nell’indagine di Stroppa, sollecitata dal segretario del Pd Matteo Renzi e poi ripresa in un articolo del “New York Times”, si spiega come alcune pagine web e social che ogni giorno pubblicano decine di articoli e video a favore del Movimento Cinque Stelle con un complesso lavoro editoriale, sembrano essere amministrate da chi gestisce i siti internet di Matteo Salvini. «In particolare – sostiene Stroppa – questi siti hanno in comune non soltanto il codice Google Analytics (per analizzare visite) e parti “grafiche” comuni, ma anche il codice Adsense, ovvero i guadagni delle pubblicità finiscono a una sola persona. A chi? Urge chiarezza».


«Chiediamo ai social network, e in particolare a Facebook, di aiutarci ad avere una campagna elettorale pulita», aveva dichiarato giovedì scorso Renzi in un’intervista. «La qualità della democrazia in Italia oggi dipende da una risposta a questi problemi».


Mistificazioni molto gravi sulle quali, dal canto suo, chiede un immediato approfondimento anche il candidato premier M5S Luigi Di Maio.


Va detto, infatti, che finora in questa “congiura telematica all’italiana” non risultano esserci collegamenti “diretti” con esponenti del movimento di Grillo o della Lega. Un portavoce dei Cinquestelle ha precisato, inoltre, che la “fan page” finita sotto la lente di Stroppa potrebbe essere stata realizzata da un attivista indipendente».


Il web guru del Carroccio, Luca Morisi, pur riconoscendo che il sito dedicato al leader della Lega condivideva gli stessi codici di Google con siti estranei all’universo politico della Lega, ha spiegato che «un ex sostenitore del M5s aveva contribuito a costruire il sito “Noi con Salvini” incollando i codici della sua fan page Cinque Stelle, così come “Io sto con Putin” e in altre sue pagine cospirazionistiche». «Ma non abbiamo nulla a che fare con i siti pro-Putin o pro-Cinquestelle», ha precisato Morisi, spiegando che pensava di aver cambiato i codici in passato e di essere pronto a farlo «in questo fine settimana per chiarire ogni confusione».


Ebbene, sembra assurdo, ma in tutto questo grigio meccanismo tecnologico non si configura, fino a prova contraria, alcun reato. Tutt’al più, come dimostra negli ultimi giorni la cancellazione repentina di diverse pagine e profili, solo in qualche caso sarebbero state violate alcune regole previste dal social network di Zuckerberg (ad esempio l’uso di account falsi). Facebook, infatti, che si è ingigantito anche grazie ai “like” e alle condivisioni di contenuti non verificati, solo negli ultimi mesi sta dimostrando un vero impegno nella lotta contro le bufale e le “manipolazioni” con finalità politiche.


Va anche ricordato però – dice ancora Stroppa – che questa piazza virtuale adesso sembra uno strumento ideale «per manipolare le opinioni e diffondere odio e scompiglio», ma ha guadagnato popolarità anche aggirando i sistemi di sorveglianza nazionali per promuovere «la libertà e la democrazia in tutto il mondo, come ad esempio, durante la primavera araba del 2011».


Lo scorso primo ottobre in Germania è stata emanata un’apposita legge sulle “fake news” e l’incitamento all’odio, e da tempo pure nel nostro Paese (dove secondo il Censis il 35 per cento della popolazione si informa su Facebook) si moltiplicano gli appelli affinché il Parlamento garantisca normative che prevedano pene certe e severe.


Ci auguriamo che i legislatori, in un “pianeta virtuale” in cui imperversano pure le mafie e il terrorismo, riescano a trovare il giusto equilibrio tra il ripristino di un accettabile livello di sicurezza e la libertà di opinione, uno dei diritti messi più in pericolo dallo pseudo-giornalismo e dal trambusto globale di questo nuovo millennio. 

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