La visione di Morozov

Internet: la democrazia è a rischio?

Internet: la democrazia è a rischio?

Internet cambierà il mondo? In realtà lo sta già facendo. Resta però un enigma se questa mutazione globale trasformerà il pianeta “digitale” in un paradiso o in un inferno senza vie di fuga.


Tra gli osservatori più pessimisti, quanto arguti, c’è il sociologo e giornalista bielorusso Evgenij Morozov che fin dal suo primo libro del 2011 (“The Net Delusion”) prova a smontare l’ottimismo dilagante sulle qualità salvifiche e “democratizzanti” della rete. Secondo la sua allarmante visione, dopo un apparente sprone a una sorta di rivoluzione popolare, internet potrebbe rivelarsi l’esatto opposto: uno strumento di straordinaria efficacia attraverso il quale i governi autoritari (e già ne conosciamo esempi evidenti in Russia, Cina e Turchia) potranno esercitare un controllo sociale di massa, annientando i dissidenti e orientando metodicamente l’opinione pubblica. E l’uso strategico dei “big data” si è già rivelato un congegno ancora più agile dei media tradizionali per orientare l’elettorato.

Una visione orwelliana all’apice della quale, più recentemente, Morozov pone la Silicon Valley (a partire naturalmente da Google, Amazon, Facebook e Twitter) come emblema di un capitalismo data-centrico. Proprio chi dice di considerare gli utenti il fulcro di un rinnovamento “filantropico”, in realtà starebbe realizzando un nuovo e più subdolo modello di accentramento di potere economico. Un processo non sempre consapevole che va di pari passo con il fanatismo digitale: sacrifichiamo con entusiasmo la libertà sull’altare di un “mercato” che fonda il suo profitto soprattutto sui nostri dati personali e sull’estinzione della privacy.


Potremmo individuare l’ultimo esempio eclatante di questa strategia nell’accordo tra WhatsApp e Facebook:  il Garante per la Privacy italiano ha avviato un’istruttoria dopo che l’app di “mobile messaging” ha messo a disposizione del social network di Zuckerberg le “informazioni riguardanti gli account dei singoli utenti, anche per finalità di marketing”.

Se la visione del sociologo bielorusso può apparire un po’ catastrofistica, meno astratte risultano le conclusione alle quali arriva nell’analisi di un’altra utopia: la sharing economy. Partendo dalla critica alle piattaforme social (definite “parassiti che si nutrono delle relazioni interpersonali” in quanto non producono nulla ma si arricchiscono grazie ai contenuti generati dagli utenti) Morozov condanna i progetti fondati sul “consumo collaborativo”, a partire da Uber, l’azienda che consente di scambiarsi passaggi in auto. Se nell’immediato, infatti, questa forma di “cooperazione” risulta vantaggiosa, a lungo andare i colossi che ne assumono il controllo finiscono con il mostrare inevitabilmente gli stessi istinti predatori della finanza “tradizionale”.

Non è un caso se negli Usa i freelance di Uber si sono ribellati allo sfruttamento al quale sono sottoposti: proprio per la trappola dello spirito volontaristico che anima la sharing economy, chi decide, con la propria vettura, di trasformare l’attività di tassista saltuario in un lavoro più assiduo, si ritrova mal retribuito e senza tutele. In più, al di là di quanto si riesce a guadagnare, tutte le spese sono a proprio carico: dal carburante all’assicurazione, dal bollo alla manutenzione. Per non rischiare di riconoscere 385 mila dipendenti in più, siglando un accordo con i lavoratori americani uniti in due class action, Uber ha accettato di sborsare 100 milioni di dollari. Non è escluso, inoltre, che la magistratura statunitense in futuro imponga di riconoscere come dipendenti gli autisti precari.

Ci troviamo, come ipotizza pure Arun Sundararajan, di fronte alla nascita del cosiddetto “crowd-based capitalism”, una evoluzione del capitalismo il cui epicentro è non più l’impresa ma la folla?
In questo caos di bit e circuiti, l’unica contromisura finora risultata valida è quella di rispolverare gli arnesi arrugginiti che il passato ci lascia in eredità. Nel caso di Uber, come nella old economy, la coesione tra i lavoratori (vi ricordate i vecchi e tenaci sindacati?) ha permesso a ogni singolo e isolato “freelance” di ottenere ciò che non avrebbe mai sognato.

L’unione, oggi come ieri, fa ancora la forza.

 

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