Da una lettera (quasi) d'amore

Tu, mio mostro

Tu, mio mostro

Segesvár, 3 maggio 1890

... ti accanivi a chiamare mostri gli altri, ma adesso sei tu il vero mostro. Lo sai, no? Mi fai paura. Mi aspetto che da un momento all'altro tu mi possa mordere sul collo per succhiarmi il sangue. Ma ora che ho appena scritto questa frase mi sento così stupido: l'hai già fatto! Chissà quante volte. Ti sei già deliziata bevendo il mio sangue dalla prima all'ultima goccia. In effetti, stanotte, mi sento molto, troppo debole. L'avevo detto io che c'era qualcosa che non andava!

Il punto è se io me ne sia accorto prima o troppo tardi. Ma ora capisco. Non sei mai stata interamente mia. Non sono mai stato interamente tuo. Tu hai solo succhiato il mio sangue. E io il tuo. Ci siamo bevuti, questo sì. Ma non divorati, com'era più naturale che fosse. Abbiamo pagato fino in fondo il piacere della dannazione. L'irrimediabile perdita dell'anima. Noi due, un'anima? Mi chiedo se l'abbiamo mai avuta, un'anima.

Mi ricordo la tua sorpresa quando hai scoperto che nel castello non c'erano specchi. Era la prima volta che venivi in Transilvania. Ma non hai vacillato nemmeno un istante. Mi hai chiesto solo: perché nell'oscurità? E c'era un sorrisetto complice sulle tue labbra. Io t'ho risposto che solo al calar delle tenebre l'orrore acquista la sua impareggiabile, splendida compiutezza. Poi, l'altra notte, appena mi sono svegliato, mi sono accorto che non c'eri. Mi sono guardato attorno e ho notato che il coperchio della tua bara era spostato.

Dovevo arrivarci prima. Quando, dopo aver sputato fuori ciò che di più marcio avevi dentro, hai cominciato a gettarmi in faccia il silenzio. Attraverso le parole. Ora sono qui, accanto alla tua bara. Tu dormi, ignara. Ma non meravigliarti, lo faccio ogni notte. Lo faccio per suggerirmi come comprendere, nel modo peggiore, ciò che è incomprensibile.

Eppure, abbiamo fatto parte della stessa storia, ci siamo sforzati di oltrepassare la stessa misura. Ma chi ci racconta, cara, è dentro di noi. E io ogni notte, mentre tu dormi, mi rigiro fra le dita questa pallottola d'argento con cui ti restituirò all'abisso.

tuo  Dracula III

Conte di Valacchia

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