Due libri di Auster e Magrelli

Padri e figli

Padri e figli

Sigmund Freud: "Morto, il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo".

Ho letto in questi giorni, uno dietro l'altro, due libri sullo stesso argomento: la morte del padre. I libri sono "L'invenzione della solitudine" (1982) di Paul Auster e "Geologia di un padre" (2013) di Valerio Magrelli. Un narratore e un poeta che affrontano l'argomento-chiave, "l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità".

Con una differenza sostanziale. Il narratore Auster, da purosangue del racconto, sceglie di addentrarsi fra i ricordi protetto da una lirica armatura; il poeta Magrelli, il vivisezionatore dell'essenzialità, accetta il sacrificio della prosa per attenersi ai fatti con occhi denudati. Ma la loro non è una scelta stilistica. È un obbligo di purificazione, attraverso un journal intime decisivo, il loro. La morte del padre intesa come morte di una parte di sé, certo. Ma certifica, soprattutto, il momento esatto in cui tu sei pronto a superare la linea d'ombra. Rinascere?

I libri, imperdibili, di Auster e Magrelli raccontano la storia di un superamento. "Poi, d'improvviso, capita la morte", scrive Auster. Tu adesso te la ritrovi davanti e senti la necessità di difenderti, enumerandone le spire oscure. Dalla scomparsa del padre al ritrovamento, al riappropriamento di sé. Ecco chi è stato lui. Ecco chi sono io.

Scrive Magrelli a proposito della malattia di suo padre: "Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. Piuttosto, mi pare che simili modifiche mi abbiano svelato qualcosa della sua personalità che prima non era mai emerso. Di solito è il contrario: la malattia accomuna gli individui, rendendoli indistinti rappresentanti di una classe (gli artrosici, i Parkinson). Nel suo caso, invece, il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto". Finalmente, il poeta ritrova  il dialogo perduto. O forse mai avuto. Il poeta scopre il dialogo ultimo. Il più autentico.

Il nodo è tutto lì. Nel rapporto fra padre e figlio. Ma quanto tale rapporto grava sul destino - o lo illumina o lo condiziona - dell'erede? Bazarov, il protagonista di "Padri e figli" di Turgenev, risponde ai vincoli ereditari con l'arma del nichilismo: "Un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato". Paternità, dunque, vissuta e subita come autorità. E Stavrogin (il "male morale assoluto", lo "spirito demonio per eccellenza") protagonista dei "Demoni" di Dostoevskij non è da meno: "Se Stavrogin crede non crede di credere. Se egli non crede non crede di non credere". Nichilismo assoluto ancora per rivendicare la riconquista di sé.

Non mi sorprende allora che Stevenson - illuminante - chiarisca, in una lettera privata quanto il tema del doppio abbia a che fare con i vincoli paterni e non solo col . "Con grande dispiacere - scrive Stevenson - stamattina mio padre mi ha propinato un'abbondante dose di Hyde. Ha cominciato a colazione come suo solito... Sono stato molto duro con lui e non gli ho più rivolto la parola finché non si è calmato... Con una notte insonne alle spalle, quella dose di Hyde mi ha messo definitivamente a terra (finora Jekyll aveva avuto la meglio)".

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