Nuovo disco di Paul Simon

Il suono dopo il silenzio

“The Boxer”, “Duncan”, “Scarborough Fair” o “El Condon Pasa” non erano forse la personale ed efficace rappresentazione degli stravolgimenti politici e sociali che stavano cambiando l’America?

Il suono dopo il silenzio

Paul Simon: un “laureato” che brevettò il “suono del silenzio” e lo condivise con la “signora Robinson”.  Cenni biografico-musicali così dissennati non comparirebbero mai in una ortodossa enciclopedia del rock che ambisca a codificare in assunti inappuntabili il recondito significato di ogni singola pulsione creativa.
Stanchi delle dotte disquisizioni sulla fine del sodalizio artistico con Art Garfunkel, sulle presunte implicazioni catartiche relative a “Bridge Over Troubled Water”, o sull’afflato terzomondista anticipatore delle “primavere arabe”, avremmo tutto il diritto di rinchiuderci nel nostro personale microcosmo acritico in cui le suggestioni vengono dettate esclusivamente dal naturale fluire di note non programmatiche. Se c’è ancora la volontà di ascoltare quella voce da chierichetto “laico”, immodificabile negli anni malgrado l’ipotizzata flessibilità in uscita del sistema previdenziale, se ancora crediamo che la stigmatizzazione di una società che si fonda sull’esclusione classista non sia solo l’allucinazione “bolscevica” di un pingue borghese progressista, allora possiamo diventare gli epigoni di un ascolto consapevole privo, si direbbe sociologicamente, di sovrastrutture.
Paul Simon, cui giustamente Woody Allen ha dato lustro cinematografico in “Io e Annie” (il musicista non poteva che impersonare un manager discografico pronto a sostenere le velleità canore della splendida Diane Keaton) è sempre riuscito a eludere il rischio di divenire il nevrotico “metronomo” della New York tentacolare, la metropoli antropofaga che mangia l’individuo e lo risputa massa. Gli appartiene, piuttosto, una bucolica introspezione che ambisce a crogiolarsi in sconfinati spazi orizzontali, aborrendo l’orrore della claustrofobica edificazione verticale, quella che ha i grattacieli come totem. Ma la cromatica spavalderia della campagna, che si accompagna al progressivo incedere delle stagioni, non è funzionale alla sonnolenza del disimpegno e induce, invece, a un rivoluzionario rifiuto dell’urbanesimo borghese.
Una partecipata deferenza ha guadagnato con diuturna fatica il Sessantotto, monolite della contestazione studentesca e scultoreo tributo al cielo irraggiungibile dell’utopia. Persino nel terzo millennio, tempo in cui le laide contorsioni del potere vengono sovente assecondate con viscido compiacimento, una sparuta rappresentanza di nostalgici non può esimersi dal rimuginare ancora su quello che poteva essere e non è stato. Paul Simon, classe 1941, non era certo il più adatto ad accogliere le spinte estreme dell’ideologismo militante. A ognuno il suo ruolo e il grado di impegno più acconcio. Ma “The Boxer”, “Duncan”, “Scarborough Fair” o “El Condon Pasa” non erano forse  la personale ed efficace rappresentazione degli stravolgimenti politici e sociali che stavano cambiando l’America? E il Dustin Hoffman che correva a perdifiato (in sottofondo le note di Mrs. Robinson), essendo la sua auto rimasta priva di benzina, per scongiurare il matrimonio della sua amata nell’intento di coronare una storia sentimentale anti-borghese,  non era forse l’archetipo dei rivoluzionati e post-moderni rapporti familiari negli anni Sessanta/Settanta?
Ma ora che il terzo millennio ha mostrato la sua faccia feroce accentuando le paure del consorzio umano con un mix letale di terrorismo, individualismo esasperato, razzismo strisciante e inebetimento digitale, al Paul Simon settantacinquenne non resta che appigliarsi agli ultimi residui di saggezza distillati dalla senescenza e rivolgere all’intricato mondo contemporaneo uno sguardo compassionevole.
Ci voleva un disco, il recente “Stranger To Stranger”,  a cinque anni dal precedente “So Beautiful Or So What”, per governare il profluvio di emozioni che l’esistenza concede, quotidianamente, suo malgrado.  L’ironia stempera la supponenza e regala una sorta di democratica empatia da spendere nelle relazioni sociali. “Wristband” è il brano della blindatura classista, dell’esclusione che si basa sul censo, dei destini paralleli che non si incrociano mai.  “The Werewolf”  è la “cruda” e irriverente cronaca di una tragedia coniugale: un uomo ucciso dalla moglie con un coltello da sushi e i suoi tentativi di trovare una sistemazione immobiliare nell’aldilà. Cambio di scena e un lupo mannaro incombe minaccioso per ricordare all’America, e non solo, che ignoranza, arroganza e debito pubblico non sono decisamente un buon viatico  per formare una coesa identità nazionale.
“Insomniac’s Lullaby” è una struggente ballata che gioca a rimpiattino con i misteriosi inabissamenti del dormiveglia e con la mai perfetta aderenza del sogno alla realtà. “The Riverbank” e “Cool Papa Bell” si nutrono dei ritmi già disvelati in “Graceland” mentre “Stranger To Stranger” ha l’incedere introspettivo di chi si muove a fatica tra le pieghe dell’esistenza e si rende immune alla felicità. “Street Angel” e “Proof Of Love”, infine, scansano ogni furore escatologico e suggeriscono: “guarite il dolore del vostro corpo facendo un bagno sotto una cascata di luce”.
Paul Simon si fa beffe, con giovanile irriverenza, della terza età e ne scavalca agilmente gli angusti confini, preservando, per quanto è possibile, l’integrità delle preziose ginocchia su cui poggiare l’inseparabile chitarra.

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