Nuovo disco di Bob Mould

Rattoppando il cielo

Malgrado l’inesorabile passare del tempo l’intento è sempre quello: emulare lo spirito compulsivo di una “garage band” che pesta sugli strumenti a tutto volume, noncurante delle comprensibili reprimenda del vicinato.

Rattoppando il cielo

Rattoppare il cielo, si sa, non è impresa affatto semplice. E non deriva soltanto dalla esagerata dimensione della cruna che deve contenere un filo resistentissimo. Questi sono solo dettagli tecnici che non possono prescindere, però, dall’intensità del vento o dall’eccessivo calore del sole. Servirebbe, insomma, un algebrico sarto aduso a cavalcare con profitto le correnti gravitazionali. O forse, l’intento del musicista americano Bob Mould, nel titolare il suo ultimo disco “Patch the Sky”, è solo quello di esternare una stanchezza social-esistenziale, consueta e a volte dirompente, quando si percorrono  i sentieri dell’età di mezzo.
D’altronde il passato è una folgore che ha attraversato, con la sua inquietante luminescenza, il cielo a volte troppo sereno del rock degli anni Ottanta e lo ha screziato consegnando una aggressiva overdose di elettricità alla vanitosa e strascicata mobilità dei cirri.
Bisogna partire dall’hardcore, velenosa e ancora più feroce distorsione del punk, e poi confluire nell’alt-rock che restituisce alla melodia la primigenia dignità calpestata senza pietà dai guastatori del lessico musicale, per avere contezza dell’iter creativo di Bob Mould.
Il “frontman” degli Hüsker Dü,  gruppo “triangolare” proveniente da Minneapolis e capace di miscelare in maniera esplosiva i disturbi della personalità di chitarra, basso e batteria (l’esordio risale al 1981), probabilmente pensava già allora che l’eccessiva estroversione muscolare della “confezione” sonora avrebbe finito per prevaricare in maniera totalitaria sulla libera sedimentazione dei contenuti.
“Patch the Sky” non corre il rischio di divenire mero asservimento esistenziale alla paventata implosione universale che il terzo millennio coltiva con pragmatica e scientifica precisione. Eppure i segnali funesti ci sono tutti: la migrazione epocale che ribalta il concetto di patria e fa erigere confini non solo materiali; lo strapotere della tecnologia che millanta una falsa libertà e ci rende schiavi del nostro misero ego; l’omologazione culturale e sociale che obbliga il pensiero a imboccare la strada, trafficata ma gratificante,  del nulla.
“Voices in My Head” è l’abbrivio del cimento solistico di Bob Mould, che ha sempre sostenuto di essere un buon chitarrista ritmico. E in effetti le sei corde assumono il controllo del progetto sonoro e cercano persino di fronteggiare gli squilibri armonici che possono derivare da una identità scomposta. “The End of Things”  ha la grezza autenticità che già il musicista americano  aveva esperito nell’avventura denominata “Sugar”, un gruppo figlio legittimo degli Hüsker Dü. Malgrado l’inesorabile passare del tempo l’intento è sempre quello: emulare lo spirito compulsivo di una “garage band” che pesta sugli strumenti a tutto volume, noncurante delle comprensibili reprimenda del vicinato.
Se “Pray for the Rain” e “Black Confetti” rimandano al mal di vivere dell’uomo contemporaneo e all’insensatezza dell’universo mondo, “Losing Sleep” edulcora gli incubi ricorrenti con l’andamento analgesico di una ballata. Bob Mould ci suggerisce che la storia del rock non è fatta esclusivamente da celebrità iconiche e strapagate, ma anche da geniali artigiani la cui bottega, ancorché in penombra, avrebbe tanto da insegnare.

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