La morte di David Bowie

Lascito musicale

Il rock, nella sua sonora incoscienza, mai avrebbe pensato di dover fronteggiare il tortuoso cammino chiamato elaborazione del lutto e tutte quelle chiacchiere, sconfinanti nel pettegolezzo, relative a eredità milionarie e a magioni extra-lusso.

Lascito musicale

Il rock deve fare, quindi, i conti con l’invecchiamento e l’inevitabile consunzione del corpo e perfino accettare la condizione estrema della morte naturale, non indotta da sostanze stupefacenti o alcoliche. Una prospettiva che è mutata con il passare dei decenni e infatti, oggi, è sempre più distante la sfida anagrafica dell’eterna giovinezza, resa indelebile dalla prematura scomparsa di Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin.
Si potrebbe opinare che, in tempi più recenti, la dipartita di Kurt Cobain e Amy Winehouse sia stata l’ennesima cesura temporale che sublima il fervore creativo post-adolescenziale, ma forse in questo caso si è trattato, più verosimilmente, di una cronica incapacità di adeguarsi alle stritolanti regole dello show-business e alla conseguente pressione mediatica che ne è derivata.
La novità è che il rock, nella sua sonora incoscienza, mai avrebbe pensato di dover fronteggiare il tortuoso cammino chiamato elaborazione del lutto e tutte quelle chiacchiere, sconfinanti nel pettegolezzo, relative   a eredità milionarie e a magioni extra-lusso.
Con i riflettori spenti, quando sul palco sono rimasti ormai solo gli strumenti, è più facile realizzare che la morte di David Bowie non è un mero accidente biografico su cui innestare retoriche riflessioni o celebrazioni fuori luogo. Soltanto la musica, quella che si distorce nelle note acide di una chitarra o si contorce frenetica al ritmo di una batteria, ha il diritto di cittadinanza e i suoi ambasciatori più autorevoli le conferiscono forma e sostanza. E l’aggiunta testuale è il raziocinio dirimente che fa catalogare persino l’universo.
Dismessi i lustrini di “Ziggy Stardust”, Bowie ha dimostrato che la cromatica serialità del “glam rock”  attentava soprattutto alla surreale ipocrisia della società bacchettona degli anni Settanta. C’era insomma, malcelato, il desiderio tutto britannico di relegare nella corsia di destra la fuorviante  illusione dell’aspetto estetico per riprendere il senso di marcia che fa scorgere approdi più intellettuali.
Il periodo berlinese, magicamente condito dalla collaborazione con Brian Eno, fa sedimentare il pentagramma ideologico di Bowie nel quale è contenuta la cognizione che la politica, acquattata sul precario equilibrio della “guerra fredda”, comprime la libertà che invece afferma di elargire.
“Heroes”  è una sorta di manifesto programmatico che l’autore di “Space Oddity” dispiega come un unguento morale sulle ferite ancora aperte dell’Europa: quel ritornello iterativo, e consistente alla stregua di un piccone, suona come se fosse la prima breccia nel Muro della vergogna. Bowie si fa perdonare persino la parentesi ritmica di “Let’s Dance” dalla quale trae il profitto discografico più tangibile. L’assunto è che la dinamica sfrenatezza non si configura come mero intrattenimento ma si prefigura traguardi che niente hanno a che spartire con l’“easy listening”.
La sterminata discografia, e le implicazioni musicali e testuali che l’accompagnano, indicano che per il “Duca Bianco” l’appellativo di “padre fondatore” del rock è decisamente congeniale: niente male per un “alieno” a volte disadattato e non sempre a suo agio nella “terra di mezzo”.

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