Stan Ridgway

La California "pulp"

Storie cupe attraversate da uomini senza futuro in preda a un parossistico desiderio di autodistruzione.

La California

Non è più tempo di iguane arrostite su psichedelici barbecue come in “Mexican Radio”, le onde sonore non provengono da un’emittente messicana e la luna di Tijuana è solo un aleatorio confine disegnato dall’effrazione alcolica della tequila. Il deserto è geologica contrizione, la sabbia induce il vento a verbose dispute, la notte ansima come un amante abbandonato su un letto di chiodi.
 Stan Ridgway, musicista di Los Angeles, pianse quando Bela Lugosi morì. L’inconcludente serialità dell’esistenza e la patologica iterazione delle convenzioni sociali gli sembrarono all’improvviso più mostruose dell’abiezione sanguinaria simulata sul grande schermo. L’estatico diluirsi della disperazione confluiva nell’amara consapevolezza che è diabolicamente immutabile il montaggio del film della propria vita, per quanto ci si ostini a modificarne la sceneggiatura.
 Stregato dall’istrionica prova di attore dell’Orson Welles di “Touch of Evil”, Ridgway non ha mai avuto una concezione ariana della musica. Nessuna aristocratica riluttanza quindi alle bastarde commistioni con letteratura e cinema. Nel 1983 una vasta notorietà gli viene dalla partecipazione alla colonna sonora di “Rumble Fish” di Francis Ford Coppola. Se sulla strada di Jack Kerouac c’è Tom Waits, il lungo addio di Raymond Chandler non può che essere affidato alla chitarra di Johnny Cash. E le sovrapposizioni non finiscono qui: Charles Bukowski è iconoclasta come Leonard Cohen, John Huston monumentale come Joni Mitchell. Nei dischi di Stan Ridgway (“The Big Heat” “Anatomy”, “Black Diamond”, “Mosquitos”) non si sono perse del tutto le tracce della primigenia incursione nei territori punk-new wave pattugliati come una giungla vietnamita dai “Wall of Voodoo”, il gruppo di “Call of the West”. La fatica di aggirare la collina del pop mieloso era compensata allora dal geografico compiacimento di non attraversare la sottile linea rossa che separa dalla corruzione del gusto. I dischi di Ridgway si gonfiano dello stesso rigore stilistico. Il suono lancinante dell’armonica si adatta all’intensità dei diversi brani con l’identica plateale aderenza del ventre di una prostituta. Jazz, blues rock degli anni Settanta, country-western: tutte diramazioni possibili di una California pulp ridotta a mendicare i brandelli dell’identità perduta nell’azzardo della felicità perenne. Storie cupe attraversate da uomini senza futuro in preda a un parossistico desiderio di autodistruzione. L’elegiaco incipit di “Mission Bell”, una delle sue canzoni più suggestive, manifesta una totale idiosincrasia verso la condivisione del dolore. Intollerabile risulta qualsiasi tentativo di espropriare l’abisso interiore di cui si è legittimi proprietari. La melodia è il sibilo del vento che soffia freddo e rende eterea qualsiasi chance di cambiamento.  Si fa strada il convincimento che gli stridenti colori di una notte apocalittica costituiscano un impedimento cromatico a un amore nascente, soprattutto quando si avverte la sensazione di essere dilaniati come «un mostro che torna dall’inferno».
Stan Ridgway si sdraia pigramente nei bassifondi dell’anima e guarda scorrere il fiume dell’umanità, lento, mutevole, insensato come una goccia d’acqua.

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