Lavoro

Calabria, è boom di start up

Calabria, è boom di start up

Posto fisso addio? Neanche per sogno. Ma per non invecchiare aspettandolo tanti giovani scelgono l'altra strada, quella dell'impresa. Rischiosa, ma è un'alternativa a rinchiudersi nella cameretta chattando sullo smartphone e sentendo gli sbruffi dei genitori.
Una necessità percepita dai giovani calabresi più degli altri loro “colleghi” italiani. Secondo i dati di Unioncamere-Movimprese aggiornati allo scorso settembre la Calabria guida la classifica delle regioni per nascite di nuove imprese create da under35. Sono 3.348 le aziende fresche di giornata, a fronte delle 1.425 defunte, con un saldo di circa 2mila aziende entrate da pochi mesi sul mercato. Significa che da gennaio a settembre chi è nato dopo il 1981 ha aperto il 38,5% delle imprese nate in Calabria, e ne ha chiuse il 21,6%. Significa che nascono 370 nuove aziende di giovani al mese. La media è di 12,4 al giorno.

Sul podio


La regione è seconda solo alla Basilicata, che la supera di appena lo 0,6%. Tutto il Sud è in crescita quando si parla di iniziative di ragazze e ragazzi, molto più del Nord dove le giovani imprese sono sotto la media nazionale del 31,1%. Ed anche lì c'è un'alta mortalità.
A spingere sono gli incentivi per l'impresa giovanile, che possono arrivare dall'Unione europea, ad esempio con i progetti Horizon 2020 per la ricerca e l'innovazione tecnologica; ma i sono anche finanziamenti nazionali gestiti dall'agenzia governativa Invitalia, e dalle Regioni per far partire start up, autoimpiego, autoimprenditoria. A volte a fondo perduto, altre a tasso zero. Sul modello della legge 44/86, la De Vito poi modificata nel '95, che ha creato un precedente positivo tanto che ancora oggi alcune aziende del Mezzogiorno nate trent’anni fa sono vive e vegete.
Gli ostacoli Tutto questo non significa rose e fiori per gli under35. Ma è un sistema che innanzitutto li porta a crearsi un lavoro, anche se troppe volte l’entusiasmo viene soffocato dalle storiche difficoltà del Sud. Per Aldo Ferrara, presidente delle piccole imprese di Confindustria, ricorda gli ostacoli più duri soprattutto per i giovani che s'affacciano sul difficile mondo produttivo: burocrazia lenta, banche che fanno credito col contagocce, sistema di trasporti scadente, fisco esagerato.

Gli aiuti


«Ma questo non deve fermarli, i nostri giovani devono reagire inseguendo il loro sogno», incoraggia Ferrara, catanzarese di 52 anni, da tre nella giunta di Confindustria, «solo così possono acquisire esperienza e cultura d'impresa, e capire che la materia prima principale è l'informazione, la conoscenza». La realtà di questo mondo è dura, l'esponente degli industriali non nasconde nulla: «Tanti giovani vengono spinti dai contributi europei e regionali, ma quando coi loro prodotti devono entrare sul mercato la speranza e l’effervescenza iniziali muoiono. Il problema vero è che non ci sono capitali originari, qui si parte quasi sempre da zero».
L'informatica è il settore che assorbe più della metà delle imprese giovanili formate per lo più dalla generazione digitale. Nelle imprese fresche d'annata, quelle nate nei primi nove mesi di quest'anno, molto è legato al pianeta Internet: consulenza finanziaria (47,8%), cinefoto e arte creativa (40,4%). Poi ci sono piccolo commercio, agroalimentare e ristorazione, settori ognuno intorno al 40% di forza attrattiva.

Tra terra e pizze


«L’agroalimentare è l'unico settore che tiene in Calabria», sottolinea Aldo Ferrara, «poi nei ragazzi spesso c'è spirito emulativo e aprono pizzerie, pub e ristorantini che durano una stagione. Iniziative che non sono di grandi prospettive, anche se il turismo in qualche modo dev'essere sostenuto, ma facendo formazione e programmazione». In che modo? Secondo l'esponente di Confindustria per aiutare questi giovani con tata voglia di fare impresa la prima cosa da fare è «snellire le procedure burocratiche». Se a Londra di può aprire un negozio in quattro settimane, perchè non si può fare qui da noi? Spiega Ferrara: «Per loro bisogna creare delle corsie preferenziali, il tempo in un'azienda è ormai diventato la variabile più importante». Bastano pochi mesi, il vento del mercato cambia e l’idea buona perde valore».

La chimera


Sulla stessa lunghezza d'onda è Maria Bruno, che si occupa anche di politiche giovanili nella Cgil calabrese. «Il posto fisso è una chimera, resta un sogno nascosto di tutti i giovani, ma nell'attesa c'è la ricerca della sopravvivenza. Da qui il fiorire di partite Iva. Ma non è tanto per fare qualcosa, c'è il desiderio di creare in autonomia, senza essere dipendenti da nessuno, fuorchè dal mercato», spiega Bruno. Secondo cui «i finanziamenti a fondo perduto sono una leva per fare, i giovani sono stanchi di scontrarsi con voucher, lavoretti stagionali, tempo determinato e una miriade di contratti accessori che non stanno aiutando di certo il mercato del lavoro. Anche perchè in quel modo, con l'instabilità lavorativa», afferma la sindacalista, «ragazzi e ragazze hanno poca voglia di spendersi, e non tirano fuori tutto quello che sanno fare. Ecco perchè in preda alla disperazione cercano i fondi pubblici disponibili e fanno il loro tentativo».

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