Il caso

Caravaggio e i suoi... doppi

Caravaggio

Ci risiamo. E ci risiamo, manco a dirlo, con un presunto Caravaggio.  La vicenda del dipinto ritrovato in un solaio di Tolosa, in Francia, e che raffigura “Giuditta e Oloferne”, simile a quello conservato nella Galleria d'Arte Antica di Palazzo Barberini, ha messo a rumore il mondo dell'arte perché per gli esperti francesi che l'hanno presentato al mondo, si tratta sicuramente di un Caravaggio. E subito si sono formati due partiti: quelli che giurano che si tratti di un'opera del grande maestro e quelli che sostengono che invece non lo è, anche se riconoscono si tratti di un'opera di qualità. Come ha tenuto a precisare Mina Gregori, esperta massima di Caravaggio, chiamata subito in causa per la sua autorevolezza e per essere stata lei stessa al centro di un caso di attribuzione al genio lombardo non più tardi di due anni fa, quando venne fulminata dalla “Maddalena in estasi”, che lei sostenne essere il quadro che Caravaggio aveva con sé sulla spiaggia di Porto Ercole nel 1610, l'anno in cui morì. Ma, situazioni di questo tipo, specie in relazione a Michelangelo Merisi non sono nuove. Anzi. Infatti, uno dei problemi più importanti relativamente alla produzione caravaggesca è proprio quello dei doppi. E questo sia per le evidenti implicazioni economiche che per ragioni di prestigio e di carriere accademiche che comporta l'attribuzione al nostro autore di  un quadro.

Allo stato attuale si ritiene che il catalogo delle opere attribuite con quasi certezza al grande maestro lombardo ne comprenda un centinaio. Francesca Cappelletti, una delle studiose più serie e autorevoli di Caravaggio, ritiene invece che gli autografi siano solo 58. Il suo metodo è fondato sui riscontri e sui documenti, che l’hanno portata ad escludere dall’elenco dei quadri del Merisi molte copie e le molte repliche opera non del Caravaggio ma di giovani pittori suoi emuli che nella Roma di inizio Seicento, quando la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte era ancora una chimera, passavano il tempo a ricopiare quadri. La sua severità ha portato a tagliare dalla lista degli originali quadri quali il Maffeo Barberini della Collezione Corsini. Come pure fece saltare il Sacrificio di Isacco della collezione Johnson (la signora dello shampoo) che si trova a Princeton, nonostante l’attribuzione a Caravaggio di una somma conoscitrice come Mina Gregori. 

Ma torniamo alla questione dei doppi. Pensiamo ai due “San Francesco in meditazione” che nel 2011 furono ospiti anche a Messina e sui quali la critica continua a dibattere e dividersi.  Anche se ormai da tempo si ritiene che l'originale sia quello della chiesa di Carpineto (oggi in deposito alla Galleria Palazzo Barberini), mentre quello di Santa Maria  della Concezione di via Veneto, è stato retrocesso al ruolo di copia o in alcuni casi ritenuto una replica. Ma la lista è lunga e va, come scrive Fabio Scaletti, dal dilemma che ha accompagnato il “Ragazzo morso da un ramarro” risolto con l'autografia sia dell'esemplare della National Gallery di Londra che di quello della Fondazione Longhi di Firenze (al momento è l’unico caso conclamato di duplice autenticità) al “San Giovannino”, di cui è ritenuto l'originale quello della Pinacoteca Capitolina, mentre è giudicata una copia la tela della Galleria Doria Pamphilj. Memorabile la battaglia ingaggiata da sir Denis Mahon e Roberto Longhi. Fino al 1968 ad essere giudicato autentico era il “San Francesco in meditazione” di Santa Maria della Concezione, anche perché dell’altro non si sapeva ancora nulla. I più importanti studiosi, Longhi in testa, lo ritenevano frutto del genio caravaggesco. Nel 1968, Maria Luisa Brugnoli, mise a rumore il mondo dell’arte affermando di avere scoperto l’originale del San Francesco nella sacrestia della chiesa di San Pietro di Carpineto Romano. Ipotesi attributiva subito condivisa da Maurizio Marini, il quale sostenne che la sua realizzazione, dato il sapiente gioco di luci e ombre, era da farsi risalire al periodo siciliano, dove il pittore fu in stretto contatto con l’ordine francescano.

Da quel momento in poi, fino al 2000, cioè fino a quando le due opere sono state sottoposte contemporaneamente da parte di Rossella Vodret a indagini scientifiche e a restauro, i due partiti si sono affrontati ognuno sostenendo la bontà delle proprie tesi. E neanche il risultato del restauro che ha dato la palma di autenticità alla tela di Carpineto, ha messo  a tacere la disputa. A tutt’oggi sostengono  l’autenticità del quadro  di Santa Maria della Concezione Keith Sciberras e Keith Christiansen, che continua “a propendere per l’autografia della versione della Concezione”, considerando “ambivalente, nel migliore  dei casi, l’evidenza tecnica addotta in favore di quella di Carpineto Romano”. Sulle posizioni della Vodret, invece, Mia Cinotti e Maurizio Calvesi. Sembrerebbero, invece, propendere per l’autografia di entrambi i quadri Rodolfo Papa, John Spike e Claudia Strinati.

Chissà se anche in questo caso si arriverà a considerare autografi entrambi i quadri. Certo, la strada è lunga, ma è chiaro che in Francia ci si batterà strenuamente per ottenere il riconoscimento alla mano di Caravaggio del quadro trovato in solaio a Tolosa.

  

 

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