Intervista a Stefano Benni

Combattere il male del mondo con i sogni, la follia, l’amore

Il suo consueto universo visionario e bizzarro, diversamente poetico

Combattere il male del mondo con i sogni, la follia, l’amore

Sin dal suo romanzo “Terra” del 1983 (Feltrinelli) l’avventura letteraria di Stefano Benni ha seguito la canzone-programma che cantavano i personaggi di quel libro. «Qui finisce la nostra e comincia la vostra avventura… come può andare a finire nessuno può scriverlo ancora…». Come è continuata l’avventura per Benni lo sappiamo: un vasto mondo narrativo che si nutre delle più intense complessità di fantasia, finzione, satira e ironia, fatto di sogni e di ghiribizzi declinati con uno stile visionario variato con note surreali e comiche.

Tutto radicato sulle fondamenta di un reale talmente deformato che per raccontarlo – mentre è sempre forte la tensione etica dell’autore – è necessario ricorrere all’iperbole e al pastiche linguistico, al paradosso e alle polisemie, agli anagrammi e ai nomi parlanti, e a personaggi della più antica tradizione letteraria del filone comico-realistico, eccentrici, folli, poetici, candidamente rabelaisiani o volterriani, gli unici possibili in un mondo grottesco e stereotipato.

Fanno parte della grande famiglia di Saltatempo, Ulisse e Achille, Margherita Dolcevita, Elianto e di tutti gli altri bizzarri personaggi dello scrigno narrativo di Benni anche Prendiluna, Michele l’Arcangelo, Dolcino l’Eretico, i nuovi eroi di “Prendiluna” (Feltrinelli), l’ultimo romanzo dello scrittore bolognese (ma anche giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo).

Un racconto lirico dove si mette in scena l’amicizia, il rispetto e l’amore per gli altri, di qualunque forma e colore essi siano, almeno quell’amore disinteressato per l’umanità che resiste in un mondo malato e pieno di pregiudizi, distorto e senza sogni. Anche Prendiluna, vecchia, romantica maestra in pensione amante dei gatti, e i suoi ex allievi, Dolcino l'Eretico e Michele l'Arcangelo, «forse creature celesti, forse soltanto due matti scappati da una clinica, che vogliono punire Dio per il dolore che dà al mondo», sono figli di un mondo malato, ma sono comunque intesi a svolgere la loro Missione: salvare la Terra da una fine catastrofica.

La maestra, convocata da Ariel, magico gatto bianco figlio di Iside, capostipite dei suoi Diecimici, deve consegnare ognuno dei dieci gatti ad una persona degna e buona, dieci Giusti, dieci Folli; solo così il mondo sarà salvo, se no sarà la fine di tutto. Prendiluna si mette subito in movimento in cerca di ex colleghi ed ex allievi; e così fanno Dolcino e Michele che per smantellare il male devono combattere contro diavoli-killer, sette diaboliche del mondo “perbene”, quello di “sopra”, popolato di gente di potere, mentre il mondo di “sotto”, quello degli emarginati e degli ultimi della terra, abita le viscere di una “Mortapolitana”, un tratto di Metro abbandonata.

Un mondo di non-luoghi che vacilla tra realtà e sogno; ma forse è proprio la dimensione onirica, tra sogni Matrioska, Bis-sogni e Trisogni, sogni labirintici (come quelli trattati dal filosofo Cornelius Noon) che bisogna abitare, perché per oltrepassare il male è inevitabile andare lontano, in altre regioni, come il sogno, in altre età come la vecchiaia, in altre situazioni mentali come la follia, in altri linguaggi come quelli dei discorsi con animali e con i fantasmi, o magari nell’abisso dello spazio metafisico o stellare. E unirsi, stare insieme, almeno ad altri liberi, anche se siamo sempre un po’ meno liberi di quel che crediamo, o, forse no – si dice nelle ultime pagine del romanzo – , siamo sempre un po’ più liberi di quello che crediamo.

Tra provocazioni lessicali, nonsense e calembour, per mettere in guardia dalla onnivora povertà espressiva delle sei o sette parole che usiamo, tra critiche feroci (ai miti collettivi, ai mostri e ai mostriciattoli, agli schermofili e ai malati di Feissbuk e Smartafone) e riflessioni filosofiche, tra comicità e speranza, Benni, come in tutti i suoi romanzi, non nasconde l’intento di dare messaggi: far pensare i lettori. E per farli pensare non si può semplificare, il comico e il tragico non sono mai semplici.

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