Jeff Buckley

Un disco postumo

Il musicista americano era così distante dall’asservimento contrattuale all'industria discografica che mai pensò di cucirsi addosso la milionaria divisa della rockstar, alla quale legittimamente poteva aspirare.

Un disco postumo

Una notte di maggio di 18 anni fa, a Memphis, Jeff Buckley scomparve nelle acque del Mississippi. Si era immerso completamente vestito, nuotava sul dorso e cantava. Che bel modo di andare incontro alla morte: nessun timore di consegnarsi all’ignoto, come bagaglio solo quell’aria insolente di chi non è in pace né con se stesso né con il mondo. Un battello in lontananza, poi alcune onde anomale e assassine che guadagnano la riva, infine la limacciosa consapevolezza di aver intrapreso un viaggio senza ritorno. Aveva solo 30 anni. No, Jeff Buckley non aveva intenzione di suicidarsi. Era legato alla vita nonostante ne sentisse spesso l’insostenibile pesantezza. La musica guariva tutti i mali, si mostrava accogliente come un grembo femminile, succhiava ogni stilla di energia ma regalava una magica spossatezza, senza chiedere in cambio promesse di amore eterno. Impossibile non perdersi negli impervi sentieri dell’alcol e della droga senza una razionale mappa degli affetti. Incolmabile l’assenza di un padre grande come Tim Buckley, musicista di straordinarie doti vocali, morto di overdose nel 1975 a soli 28 anni quando Jeff ne aveva appena 8. 
Eccola spiegata, allora, la genetica propensione a frantumare gli schemi del rock, come se non restasse altro che fermarsi impavidi dinanzi alla Cernobyl sonora che rende indistinta con le sue radiazioni ritmiche la separazione tra folk e rhythm’n’blues, tra soul e jazz. Jeff Buckley era così distante dall’asservimento contrattuale all'industria discografica che mai pensò di cucirsi addosso la milionaria divisa della rockstar, alla quale legittimamente poteva aspirare.
Che squallida prospettiva perdersi con lo sguardo nel fondo azzurro di una piscina, grasso come un Elvis Presley intento a celebrare se stesso nel tramonto di Graceland. La voce usata alla stregua di uno strumento, lamento struggente che ambiva a divenire l’inno dei diseredati: le esibizioni live sono lo specchio in cui si riflette la vulnerabilità di Jeff Buckley, ovvero la sua volontà di far deflagrare completamente il dolore, anche se la trasfigurazione artistica non ha il potere di incollare i cocci dell'anima. Ora vengono alla luce, scovati negli archivi della Sony, brani inediti del musicista americano appartenenti alle cosiddette “Addabbo sessions”. Le dieci tracce saranno contenute nell’album “You and I” che verrà pubblicato l’undici marzo dell’anno prossimo. Cover di Bob Dylan, degli Smiths e di Sly & Family Stone, faranno rivivere con la prima versione di “Grace” e con l’originale “Dream of You and I”, il pathos interpretativo di una delle figure più significative del rock a stelle e strisce.

 

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