Robert Johnson

Il blues del diavolo

In un crocevia da incubo dove le strade hanno il colore e la consistenza della sabbia, l'atto di vendita dell'anima ha clausole indecifrabili e sfuggenti come il perimetro di una felicità perennemente negata.

Il blues del diavolo

Le giunture della memoria abbisognano di una costante manutenzione, i circuiti digradanti implicano una necessaria stabilizzazione. Non si tratta di avventurarsi in un consolatorio "download" del passato con l'intento di estrapolarne filamenti di felicità allora inconsapevole. Il marketing dei ricordi arruola al suo servizio subdole forme di pubblicità ingannevole tentando di sublimare interi blocchi di adolescenza inerte o, peggio ancora, le pulsioni animalesche di amori evanescenti.
Ma se ci indirizziamo verso il fronte eminentemente musicale l'effrazione del passato, da effettuarsi rigorosamente con "chiave di violino" clonata, non potrà avere disdicevoli ripercussioni.
Nella fattispecie il viaggio a ritroso nel tempo si compie sui binari dell'inquietudine nell'America rurale del primo Novecento. I campi di cotone hanno un idrofilo futuro che non li rende meno colpevoli: simboleggiare l'oppressione  e la schiavitù desta la legittima riprovazione dell'antropomorfismo progressista. Conculcare la libertà è il perverso espediente che il potere politico esplica con rigore scientifico perseguendo l'obiettivo di "stabilizzare" la società. La sedazione, insomma, come antidoto alla sedizione.
Eppure non c'è sonno, per quanto indotto, che possa sottrarre margini di manovra alla rivoluzionaria evanescenza del sogno che ha l'immateriale capacità di celarsi persino al controllo dei più sofisticati servizi segreti della psiche.
Nell'alveo della connotazione storica ­- l'abbrivio del secolo scorso nell'America affrancata, almeno formalmente, dalla schiavitù ­- scorre l'acqua terapeutica del blues, lessico musicale consono a rappresentare la disperata condizione esistenziale degli afro-americani, cui la libertà è stata restituita ma con le catene del razzismo ancora intonse.
Il carisma, eterea appendice dispensata a pochi eletti, è l'impalpabile spartito che governa la dissonante  creatività di Robert Johnson, il bluesman itinerante che ha rivestito di "note biografiche" l'impervio percorso dell'esistenza. Nato nel 1911 nello Stato del Mississippi, il musicista vagabondo scavalca l'adolescenza con l'impeto che si addice agli innovatori. L'apprendistato esercitato da bambino, suonando chitarra e armonica, è statico  passaggio a livello pronto a far transitare il libero ardore di un treno merci.
Il blues è cadenza ritmica che trascende il tratto distintivo degli "ottavi terzinati" e degli "accordi di dominante" perché la codificazione contiene sempre il rischio del conformismo sonoro. Le regole hanno tuttavia una mobilità che è produttivo armonizzare con la tenera sfrontatezza della trasposizione personale.
Robert Johnson è  un effettivo epigono  della sperimentazione: la sua voce è pianto che non ha lacrime, amaro contrappunto all'insensatezza della vita e al desolante status sociale degli afro-americani. La sua chitarra è legno che fa ardere ogni speranza di redenzione e ha corde che vibrano col vento umido del deserto interiore.
Narra la leggenda che l'abile disposizione delle dita sulla tastiera, propedeutica  a distillare inconsuete melodie e ad assecondare anche le mire solistiche di indice e medio,  il bluesman del Mississippi l'abbia ricevuta come acconto per il patto con il diavolo sottoscritto in una notte nera come la pece. Nel film "Fratello dove sei?" dei fratelli Coen, l'incontro con il sulfureo emissario del padrone delle tenebre è reso in tutta la sua soprannaturale vacuità. In un crocevia da incubo dove le strade hanno il colore e la consistenza della sabbia, l'atto di vendita dell'anima ha clausole indecifrabili e sfuggenti come il perimetro di una felicità perennemente negata.
Nel 1929 Robert Johnson cerca nel vincolo del matrimonio una sorta di dolce impedimento alle nefaste pulsioni individuali che lo devastano. Ma l'anno successivo la moglie Virginia Travis, appena sedicenne, muore  durante il parto insieme al frutto del suo grembo. L'inspiegabile sedimentazione del destino si fa gioco del libero arbitrio e collide rovinosamente con la ricerca, inutilmente esperita, di un possibile equilibrio interiore. La bussola del raziocinio suggerisce di materializzare traiettorie tracciate nell'aria  con la polvere della strada, mentre l'attonito disorientamento si stempera alla luce tremula di un tramonto pacificatore.
Il musicista comincia a muoversi per le città del Mississippi e suona dovunque gli capiti: dinanzi al negozio di un barbiere, nei locali d'intrattenimento per i lavoratori delle piantagioni di cotone (i cosiddetti  "juke joints"), nelle feste del sabato sera in cui alcol e sesso occasionale contribuiscono a dispensare  sensualità nella virtuale partitura che governa ritmo e melodia.
Avvezzo alla frequentazione degli altri bluesmen del delta del Mississippi (tra i quali Robert Nighthawk, Elmore James, Honeyboy Edwards  e Johnny Shines), Robert Johnson incide, tra il novembre del 1936 e il giugno del 1937, 29 canzoni che sono l'esplicazione sonora del genere con proficue germinazioni future. "Love in vain" è naturale confluenza nel  rock dei Rolling Stones. "Cross road blues" reca il timbro dei Cream di Eric Clapton, "Sweet home Chicago" si accompagna al dinamico incedere dei Blues Brothers. "They're red hot" è il patronimico tributo  dei "Red Hot Chili Peppers" e  "Stones in my passway" induce a incontrollate improvvisazioni la chitarra di Joe Bonamassa.  Altre perle sono "Little queen of spades", "I believe I'll dust my broom" e "Come on in my kitchen" ma l'elenco potrebbe continuare.
L'estro compositivo s'insinua nella barriera dei secoli superando il claustrofobico incanto della limitazione temporale. Il blues è movimento tellurico che smuove le passioni dell'uomo, anche le più abiette, e le consegna all'uditorio senza edulcorarne la rappresentazione. Anzi, il processo di identificazione è salvifica condivisione che riesce a trasformarsi in singolare sessione psico-analitica proiettata verso la mente ma scandita dal battito delle mani.
Robert Johnson conclude la sua esistenza terrena a 27 anni ­- età infausta anche per le rockstar Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain ed Amy Winehouse ­-  avvelenato o forse accoltellato per vendetta da un marito tradito. Evidentemente il contratto con il diavolo non aveva più vigenza, probabilmente deteriorato dalle fiamme o più verosimilmente mai registrato nell'eterna Agenzia delle Entrate che rifiuta categoricamente ogni "dannato" ricorso.

 

 

 

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