Il futuro che torna

La realtà virtuale
non è più utopia?

Che strana la realtà virtuale. E’ una di quelle trovate della tecnologia che vaga costantemente tra passato e futuro, senza mai riuscire a manifestarsi concretamente nel presente.

La realtà virtualenon è più utopia?

 Sì, se n’è continuato a parlare, anno dopo anno, annuncio dopo annuncio. Ma niente, lei, la realtà virtuale, è rimasta indefinitamente solo un “prototipo” da laboratorio o un gadget da computer game.

Il primo a vagheggiare l’idea fu Morton Heilig nel 1962 con il suo “Sensorama”, una macchina in cui ai filmati 3D si provò ad associare sensazioni “vive”, come il soffio di un ventilatore per simulare il vento in faccia e altri espedienti per riprodurre le sensazioni tattili e olfattive. Poi i tentativi si moltiplicarono tra cunicoli analogici impraticabili e fantascienza (nel 1984 il genio di William Gibson concepì il “cyberspazio” nel leggendario romanzo “Neuromancer”).

Poi, finalmente, nel 1989 lo statunitense Jaron Lanier coniò la locuzione “virtual reality”, ma neanche la compagnia da lui fondata per costruire l’agognato marchingegno (visori, guanti e cybertute “sensoriali”) riuscì a far materializzare l’utopia.
Ricordo con quanto entusiasmo nel 1999 intervistai Lanier illudendo anche i lettori della “Gazzetta” con un titolo a dir poco suggestivo: “Il sesto senso? E’ la tecnologia”. Adesso, l’eroico Jaron, che ormai preferisce dedicarsi al suo primo amore (la musica), conduce una battaglia inversa contro il mondo parallelo della “Grande Rete”, da lui considerata tra le cause della crisi economica e della disoccupazione che negli ultimi anni ha trasformato in incubo il sogno americano (imploso nel 2001 nella devastante “bolla delle dot-com”, il fallimento di moltissime aziende che investivano nel Web e nel digitale).

Ma che ne è oggi del miraggio della realtà virtuale? Dopo la realizzazione di decine di deludenti “visori” da appoggiare sugli occhi, torna alla carica lo “strepitoso” (sic) modello definitivo di Oculus Rift, un caschetto che si annuncia (per l’ennesima volta) come la soluzione di questo antico rebus: “A differenza di un effetto 3D su un televisore o in un film – spiegano i creatori di Oculus – vengono proiettate in modo ‘naturale’ immagini uniche e parallele per ogni occhio, nello stesso modo in cui guardiamo il mondo reale”.

Arriverà sul mercato nei primi mesi del 2016 e c’è chi lo ha già “bocciato” (Wired) o chi, come Facebook, ci va a nozze (matrimonio da celebrare nell’ufficio marketing), definendolo un dispositivo che consentirà “di essere ovunque si vuole, con chiunque, indipendentemente dai confini geografici”.
Altri prevedono che sia addirittura destinato a sostituire gli smartphone! Ma questo no, non ce lo auguriamo. Vedere gente andare in giro agitandosi con una guscio di plastica in testa e con occhialacci da minatore sarebbe una insopportabile… realtà surreale.

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